Cronaca

Lo storico portone di Palazzo dei Priori è "malato": ma la cura e il budget sono adeguati al male?

L'intervento del nostro Sandro Allegrini, sempre pungente con la macchina comunale, sui lavori da portare avanti per il recupero dello storico portone di Palazzo dei Priori. La sua strategia contrapposta a quella degli uffici

Lo stato del portone di Palazzo dei Priori si mostra per quel che è: un bene storico-culturale in degrado e, dunque, bisognoso di cure. Le ferrature (lamiere di protezione e chiodi) sono fortemente ossidate. I legni delle cornici appaiono completamente disidratati, hanno perso il colore originale e parti di stucco, sono sbiancati. Delle modanature andranno probabilmente risarcite. E poi c’è da ripulire dalla ruggine, proteggere dall’umidità. Un lavoro complesso e non da poco.

È notizia di questi giorni (filtrata dagli uffici?, pare di sì!) l’opportuna decisione di un suo imminente restauro. Ma l’entità dell’importo (mille euro di costo per l’intera operazione) appare quanto meno ridicola. Non meno confortate è la notizia che un lavoro così delicato, su uno dei gioielli del nostro scrigno cittadino, venga affidato alle cure degli operai del Comune, per quanto disponibili. Insomma: è noto il detto circa l’impossibilità di accogliere gli invitati al pranzo di nozze coi soli funghi. E la toppa che oggi si pensa di mettere appare peggiore del buco. Come ognuno sa, i beni culturali tutelati non si possono toccare senza previa autorizzazione della Soprintendenza, la quale ordinariamente pone condizionamenti, limiti, prescrizioni. Proprio a tutela della corretta conservazione del bene.

La prima prescrizione è quella che riguarda l’accreditamento. Ossia, il lavoro può esser svolto solo da parte di una ditta accreditata, la cui perizia sia garantita da specifiche competenze (di azienda e di personale) che vanno precisamente documentate. Occorrono poi una relazione tecnica e un piano di lavoro che diano conto delle modalità operative che ci si propone di seguire, dei materiali da utilizzare. Anche su queste, gli uffici possono intervenire con proposte, integrazioni. Addirittura: bocciature, se non se ne riconosce la validità. A quanto se ne sa, esiste una relazione (chimico- fisica) di quasi vent’anni fa, datata 1998, ma niente di più.

Ma cosa possono mai fare i pur diligenti operai del Comune, arditamente promossi sul campo “restauratori di professione”? Si dice anche che l’esecuzione dell’intervento avverrebbe sotto l’osservazione di una ditta competente e accreditata. Allora, perché non affidare alla stessa l’onore e l’onere del lavoro? Questione di soldi? Probabilmente. Ma non si vede quale azienda di settore sia così autolesionista
da togliersi il lavoro e garantire la correttezza dell’operato di personale altrui, non abilitato, sebbene volenteroso.

Un giornale parla anche di danni che deriverebbero da “atti vandalici”, come l’affissione, illegittima, di santini o roba del genere. A Perugia tutti conoscono la persona (portatrice di problematiche personali) che ha il vezzo di incollare, previa leccata, le immagini di San Michele Arcangelo a vari manufatti pubblici (lo fa anche sul basamento della statua bronzea di Giulio III, sulle scalette del duomo, sul portone della cattedrale… e altrove). Ma da qui a sostenere che quel velo di colla sia responsabile del degrado del portone, ce ne corre. Quella colla va via con un batuffolo imbevuto di alcool, con uno sgrassatore commerciale, con una spruzzata di Vetril. 

Anche senza l’autorizzazione della Soprintendenza. Insomma: il portone è semplicemente malato di vecchiaia e di incuria! Tornando a bomba: il portone inserito nel portale del Maitani è malridotto, è vero. Ma pensare di poter risolvere il problema con una spesa di mille euro e, per giunta, con l’intervento degli operai del Comune, supera ampiamente la soglia di tolleranza. Non si troverà mai un (ir)responsabile funzionario o un disinvolto tecnico della soprintendenza che possa permetterlo.

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