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Cronaca

"Accesso alla banca dati per danneggiare un consulente del Tribunale dei minori", la Procura generale contro la sentenza per tre poliziotte

I giudici di secondo grado ne avevano assolta una e ridotta la condanna alle altre due

Ricorre in Cassazione la Procura generale di Perugia contro la sentenza della Corte d’appello del 7 luglio scorso che ha assolto una poliziotta e ha ridotto la condanna delle altre due colleghe, tutte e tre all’epoca dei fatti in servizio alla Questura di Perugia, accusate di accesso abusivo a sistema informatico

La vicenda, risalente al novembre 2012, riguarda degli accessi abusivi presumibilmente commessi dalle tre poliziotte per danneggiare, secondo l’ipotesi accusatoria, una consulente tecnica che era stata nominata dal Tribunale dei Minorenni perugino in una controversia che vedeva coinvolta una delle tre poliziotte. In quella causa, la consulente aveva depositato un elaborato peritale ritenuto pregiudizievole per le ragioni della poliziotta.

La corte d’appello ha assolto l’ispettrice sul presupposto che dai messaggi telefonici non emerga la consapevolezza che gli accessi abusivi fossero estranei all’attività di servizio mentre ha concesso le attenuanti generiche alle altre due appartenenti alle forze dell’ordine, con conseguente riduzione di pena, sul presupposto che gli accessi abusivi ai sistemi informatici non necessariamente erano preordinati al compimento di danneggiamento e diffamazione ai danni della consulente, nominata dal Tribunale dei minorenni,  ma poteva essere stata effettuata per “indagare su personalità, vita e possibili criticità” della consulente “per acquisirne eventuali elementi atti a sostenere la non attendibilità del consulente o altro”.

Ad avviso della Procura Generale di Perugia la corte d’appello “ha errato sia nell’assoluzione che nella concessione delle attenuanti generiche in quanto il sostituto commissario, imputato nel processo, appena ha avuto conoscenza della valutazione, per lei negativa, effettuata dalla consulente tecnica nel processo innanzi al Tribunale dei minorenni, si è attivata insieme alle due colleghe per forare le gomme e per scrivere una frase dal contenuto offensivo, sessista e volgare sulla carrozzeria dell’auto della consulente, reato per il quale le imputate sono state condannate in primo grado e che è stato dichiarato prescritto in appello, oltre che per effettuare l’accesso abusivo”.

Per quanto riguarda l’assoluzione di una delle tre imputate sul presupposto della mancanza di consapevolezza che l’accesso al sistema fosse abusivo, la Procura Generale ritiene che "qualsiasi appartenente alle forze di polizia, per accedere a banche dati d’ufficio, deve essere senz’altro consapevole dei limiti normativi a cui sono sottoposti i suoi accessi, altrimenti si crea un’area di immunità penale in favore degli appartenenti alle forze dell’ordine, assolutamente vietata dal nostro ordinamento”. Inoltre, sempre secondo la Procura Generale, proprio i messaggi whatsapp, “tra l’imputata istigatrice-beneficiaria dei dati abusivamente acquisti e l’autrice materiale dell’accesso, dimostrano la natura abusiva e penalmente rilevante di quegli accessi”.

Inoltre, l’affermazione della corte d’appello a sostegno della concessione delle attenuanti generiche “appare ad avviso della Procura generale priva di logicità, in quanto le notizie contenute nelle banche dati di polizia non contengono informazioni sulla personalità o sulla vita di un individuo”.

In definitiva i dati che le tre poliziotte “hanno voluto conoscere abusando del loro ruolo e delle password in loro possesso sono state utilizzate esclusivamente in danno della persona radiografata sulla banca dati, nel caso di specie la consulente tecnica”.

Per queste considerazioni la Procura Generale di Perugia ha proposto ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento della sentenza della corte d’appello perugina. 

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