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Pietro Crocchioni: la storia di una vita al servizio dell’arte. Anzi: “delle” arti

Crocchioni è riuscito a raccontare la realtà e il proprio bisogno di evadere da una quotidianità che gli sta stretta

Pietro Crocchioni, all’ex Misericordia di via Oberdan, fino al 16 aprile. Più che un’antologica: la storia di una vita al servizio dell’arte. Anzi: “delle” arti. Arte pittorica, come amante gelosa della fotografia: due pulsioni che hanno scandito le fasi dell’esistenza  di Pietrino, consentendogli di coniugare lavoro e sentimento.

A far capo dalle prime prove (1954), sono 64 anni di pratica ininterrotta, di alternanza assidua tra pellicola e pennello. Una mostra che offrendo la filogenesi di quest’arte ne ricapitola l’ontogenesi. Anni in cui Crocchioni è riuscito a raccontare la realtà e il proprio bisogno di evadere da una quotidianità che gli sta stretta. Da un lato, adattandosi a fare cronaca… per la pagnotta. Dall’altro, per lo spirito, impegnandosi a distillare e rendere visibili i suoi polimorfici mondi interiori, a interpretare liberamente i cromatismi assoluti della natura.

Le tele di Crocchioni aiutano a comprendere il mondo, anche se, a loro modo, contestano il reale, adeguandosi a parametri di geometrismo e perfezione che la gente comune non conosce. Quasi volesse convincerci che il mondo è più bello di come abitualmente lo vediamo. Tele che non rassicurano, ma turbano, perché ci interrogano e ci rimproverano per il nostro modo di percepire la realtà: da impiegati, non da poeti.

A quelle opere in mostra mal si adatta il termine “antologica”. Se è vero che la parola significa “cogliere fior da fiore”. La chiamerei piuttosto “silloge”, ossia “raccolta”. Perché – con straordinaria onestà – c’è un po’ di tutto, non solo “il meglio” di Pietro. Attraverso quelle opere si colgono gli inizi, gli studi di nudo in Accademia, le immagini familiari, i bollori della contestazione sessantottina, fino alle sfide più recenti.

L’arte di Pietro è democratica. È impossibile non avvertire la vagonata d’amore che ci investe davanti al trittico perugino (in pagina): non solo un rigoroso skyline, ma un’interpretazione della città, còlta nel suo essere la casa degli uomini e il libro della storia, squadernata in una narrazione intensa, magica e ruvida, come solo sanno essere i profili e i travertini della Vetusta. Pietro sfacciato e timido: lui che ha immortalato milioni di volti e che è sempre in imbarazzo nel mettersi in posa davanti alle sue creature. Pietro disinvolto e sensibilissimo, specie quando l’amico, per dileggio, fa prova di non apprezzare il suo lavoro. Allora si chiude a riccio e s’impermalisce. Poi, tutte le volte, finisce in una risata complice e  liberatoria.

E la natura. Ho visto decine di volte Pietrino frequentare le estemporanee di pittura, il suo lavoro open air, impaziente e nervoso (quasi col panico di non farcela) quando, in poche ore, distilla il suo quadrato con incluse le caratteristiche di luoghi noti o sconosciuti: una  magistrale striscia di rosso, il giallo e il blu. Una macchia bianca, una nera: forse un gabbiano, forse una rondine o un corvo. Poi la gioia della  vittoria, ma anche la rabbia repressa della “sconfitta”: non per il premio mancato, ma per la delusione di non essere riuscito a farsi capire come voleva da una giuria frettolosa, impreparata e sudaticcia.

Questo amore per la natura (natura naturans di Bruno e di Spinoza) traspare dalle sue tele, tanto che, in preda al bisogno di renderlo palese, Pietrino verga un suo snello autoritratto al lavoro tra la natura scrivendo la propria dichiarazione di poetica: “Immergersi nella natura, poi il desiderio di fissare i suoi profumi segreti velocemente sulla tela”. Ecco: la Natura. Un libro scritto in caratteri matematici, per Galilei. Per Pietrino, invece, un esempio di lampante  sinestesia. Declinata in un racconto di colori e di profumi.

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