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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca

Quando il Coronavirus fa riscoprire il dialetto perugino. Timeo “droplet”, ossia… il “mijarino”

Quando il coronavirus fa riscoprire il dialetto perugino. Timeo “droplet”, ossia… il “mijarino”. Nemico numero 1 ai fini del contagio sono, notoriamente,  le gocciolone di saliva che vengono disperse nell’aria da chi starnutisce, tossisce e, in misura minore, da chi parla.  Perché il virus è contenuto dentro quegli insidiosi veicoli.

In tempi meno asettici del nostro, è sempre esistita una prevenzione negativa nei confronti di chi, parlando, “sputicchia”. Ostilità non tanto legata alla preoccupazione per la salute, ma al semplice disgusto.Frequente l’invito perentorio, rivolto a chi ha questa deprecabile abitudine: “nné smijarinà!” (non sputicchiare).

Ora scopriamo che tocca dire “droplet” per indicare il peruginissimo “mijarino” (che è poi, nella versione “Migliarini”, anche il cognome di Gian Paolo, uno dei più arguti poeti nella lingua del Grifo).

Il termine perugino è tuttora di uso comune e compare nei maggiori dizionari di lingua perugina. Nel Moretti, nella versione femminile di “miijarina”, nelle note del Catanelli (come “pallino piccolo da schioppo”), nel Silvestrini come “spruzzo di saliva”, nel mio “Quarti Frammenti di lingua perugina” (p. 366) nei due significati. Ma c’è da rilevare che il senso di “pallino di piombo” è in totale disuso.

Una osservazione sulla derivazione del termine. Premesso che sia i “mijarini” che  i pallini di piombo in una carica sono “numerosissimi”. A mio parere, la radice è “miglia (ia)” in riferimento alla notevole quantità delle goccioline sparate in aria. Analogamente al “mesamijanno che…” nel senso di “non vedo l’ora” legato al sentire “mi sa mill’anni che…”.

È di qualche conforto pensare (si fa per dire!), da puristi di peruginità, che questo termine di uso (purtroppo) attualissimo abbia un preciso corrispondente nella nostra lingua locale.

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