Sono passati otto anni dalla scomparsa di Sergio Tedesco, artista perugino. Fu l'inventore dell'urlo di Tarzan

Il suo rapporto con Perugia iniziò quando, scioccato dal bombardamento del popolare quartiere di San Lorenzo in Roma, fu mandato fra le mura della Vetusta da parte della mamma che lo affidò al fratello Michele

Sono passati otto anni dalla scomparsa di Sergio Tedesco, artista perugino di persuasa adozione. Era nato a La Spezia nel 1928, figlio di un ingegnere navale e della titolare del più grande istituto di bellezza della città. Sentendolo a 6 anni cantare, la moglie del commendator Barattolo, grande impresario dell’epoca (fu quello che portò Josephine Baker in Italia) lo segnalò al marito che lo fece esibire in un grande concerto, nella città natale, all’età di 9 anni. Da lì il piccolo Sergio andò a Roma e girò 5 film fino ai 12 anni, il primo con Maria Mercader, la moglie di Vittorio De Sica. Cominciò precocemente a doppiare gli attori bambini e i cartoni animati e a cantare nel coro delle voci bianche del Teatro dell’Opera. Quando si cantava “Se potessi avere 1.000 lire al mese” lui ne guadagnava 4.000 a settimana.

Il suo rapporto con Perugia iniziò quando, scioccato dal bombardamento del popolare quartiere di San Lorenzo in Roma, fu mandato fra le mura della Vetusta da parte della mamma che lo affidò al fratello Michele, sergente maggiore pilota. In Umbria, durante la guerra, Sergio faceva il contrabbando: andava a Roma su una bicicletta da donna portando il tabacco e tornava con carichi di sale per fare i salumi. Sfuggì per un pelo al rastrellamento dopo l’attentato di via Rasella arrampicandosi su una scala e salendo all’ultimo piano di un edificio. Finita la guerra, Sergio Tedesco torna a Roma e si diploma all’Accademia di Belle Arti assieme alla Lollobrigida che studiava scultura. 

Sergio è stato per tutta la vita un acrobata, ha fatto moltissimo sport, vincendo i campionati militari di atletica leggera, ha praticato per anni la ginnastica artistica, soprattutto gli anelli. E poi golf, sci di fondo e sci d’acqua, la sua grande passione. Lo ha fatto in continuità perché l’esercizio sportivo gli permetteva di compiere autentiche acrobazie in scena: fino all’ultimo, era agile come un funambolo e dotato di una forza spaventosa. A 17 anni, Beniamino Gigli lo fa entrare all’Accademia di Santa Cecilia, dove studia assieme a Silvana Pampanini (per la quale nutriva una cotta amorosa) ma se ne va dopo due anni per dissidi con l’insegnante Maragliano Mori.

Fa il doppiaggio e la radio e a via Margutta conosce un insegnante di canto, Armando Piervenanzi, che nel ’56 lo porta a vincere il Concorso di Spoleto, con Beniamino Gigli in giuria. Gigli poi vorrà essere doppiato da Sergio in tutti i film che girati in America: lui cantava, Sergio gli prestava la voce nelle parti recitate. Poi Sergio porterà da Piervenanzi anche i suoi amici Alberto Sordi e Claudio Villa che aveva conosciuto al doppiaggio. Il suo capolavoro, come doppiatore, fu l’urlo di Tarzan, nei film di Jonny Weissmuller. Come cantante si esibì per due regine: per Giovanna di Savoia sposata con Boris di Bulgaria (cantò da bambino l'Ave Maria di Schubert per la loro visita ad Assisi) e per Elisabetta II nella sua prima visita in Italia (cantò "Falstaff").

A Spoleto, Sergio incontra Francesco Siciliani che considera suo padrino artistico e che lo fa debuttare al Maggio Fiorentino con l’Arlecchino delle “Maschere” di Mascagni. Studia la parte con Marcello Moretti, maestro anche di Ferruccio Soleri, e poi interpreterà Arlecchino in tutte le opere in cui è presente. Antonino Votto lo scrittura per il ruolo del principe Šujskij nel “Boris Godunov” di Musorgskij. Interpreterà i suoi due cavalli di battaglia, Šujskij e Arlecchino, in tutta la sua carriera. Dietro consiglio di Siciliani, si specializza in opera contemporanea. Debutterà, in prima assoluta, in opere di Menotti, Henze, Hindemith, Pizzetti, Lizzi, Corghi, Rota e moltissimi altri, interpretando anche ruoli di carattere in opere di repertorio. È stato ospite fisso al Festival dell’Operetta di Trieste, dato che amava moltissimo questo genere teatrale. Ha lavorato con tutti i più grandi registi e direttori d’orchestra del mondo, portando avanti allo stesso tempo la carriera di doppiatore, con i personaggi Disney per i quali la stessa Casa di produzione statunitense lo premia.

Molti attori famosi americani spesso lo scelgono personalmente ascoltando i provini. Nel doppiaggio fonda la CDC, la prima società di doppiaggio, assieme a Ferruccio Amendola, ma non può garantire continuità a causa delle numerose scritture liriche. Si ritira dal teatro all’età di 75 anni e continua il doppiaggio fino a 4 mesi prima di morire. Dopo la pensione torna a vivere a Perugia, dove costruisce un affetto stabile.

Uno dei principali pregi di Sergio era la straordinaria generosità: donava somme notevoli in beneficienza, dava lezione gratis ai giovani, aiutava tutti con le sue vaste conoscenze. Nel privato coltivava due grandi hobby. Cucinava benissimo e con creatività. L’altro hobby, che gli è stato trasmesso da Paolo Panelli, era quello del bricolage: costruiva mobili, oggetti, un’intera casetta al lago. Sergio ha molto amato: ha avuto due mogli e una compagna, due famose (Daniela Mazzuccato e Adriana Morelli). Poi la compagna Simona che gli è stata vicina fino alla scomparsa, all’età di 84 anni, illuminando di cultura e di bellezza la vita di un grande artista e uomo di vaglia.

Sergio ha recitato in uno spaghetti-western con Edmund Purdom. Oltre ad essere scampato all’attentato di via Rasella, è sfuggito anche al rapimento di Moro. Abitava nella strada parallela a via Fani e, quando il politico fu rapito, stava andando a fare un turno di doppiaggio e ha sentito distintamente gli spari che hanno colpito a morte gli uomini della scorta. Dopo qualche giorno ha traslocato. Si è poi trasferito definitivamente a Ponte San Giovanni, dove si è guadagnato stima e amicizia. Nella città del Grifo si è legato con un rapporto fra amore, arte e discepolato, con la cantante e attrice Simona Esposito (cui siamo debitori di queste notizie). 

Fra i perugini, ammirava molto il Maestro Stefano Ragni che come lui amava la musica contemporanea. Nella Vetusta, Sergio ha inciso “Pierino e il Lupo” con l’orchestra del Conservatorio, diretta dal Maestro Silveri. Sergio, competente e generoso, ha preparato per il Concorso di Spoleto il tenore David Sotgiu che lui definiva “uno strumento perfettamente accordato”. Ammirava molto anche il tenore Stefano Benini che definiva “il mio unico possibile erede”, il Maestro Andrea Ceccomori e il Maestro Maria Cecilia Berioli, proprio per l’attenzione dedicata alla musica contemporanea. Ascoltava tutta la musica, gli piacevano molto Domenico Modugno e Paolo Fresu.

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L’Inviato Cittadino ha avuto il privilegio di godere della sua amicizia, sempre corretta e generosa. Quando, in quel tragico 3 giugno, l’amica Simona mi comunicò il decesso di Sergio, nella clinica di Porta Sole, mi precipitai per vederlo, provando uno dei dolori più intensi della mia vita. La stima per la sua arte mi aveva indotto ad ospitarlo al Teatro Morlacchi in un incontro partecipato da qualche centinaio di persone. Perché sapevano che Sergio, perugino acquisito, era uno di loro. Lo definii “L’ultimo gentiluomo”. Definizione che tuttora riservo solo alla sua cara memoria. Specialmente all’approssimarsi del 7 giugno, data in cui lo accompagnammo all’ultimo viaggio.

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