Martedì, 19 Ottobre 2021
Cronaca

PERSONAGGI Lascia, dopo 63 anni di lavoro, il barbiere Lanfranco. Via dei Priori è più povera

Tantissimi sono accorsi ieri mattina a fargli festa. Lui, visibilmente commosso, si sottopone alla raffica di scatti insieme alla moglie, seduto su una panchina davanti a bottega. L'intervista

Lascia, dopo 63 anni di lavoro, il barbiere Franco. Via dei Priori è più povera. Lanfranco Pompei ha tagliato barbe e capelli a generazioni di Perugini. Lo ricordano in tanti. E tantissimi sono accorsi ieri mattina a fargli festa. Lui, visibilmente commosso, si sottopone alla raffica di scatti insieme alla moglie, seduto su una panchina davanti a bottega. “Dalle la mano, Franco”, gli dice l’Inviato Cittadino e lui le stringe la destra. “No, così sembra che vi salutate. Dovete darvi la sinistra, quella del cuore”. E giù imbarazzo e commozione. Tutti vogliono uno scatto con Franchino: Antonietta Taticchi, Primo Tenca, i titolari dei negozi vicini. E lui pazientemente si adatta, col suo vestito scuro e la cravatta d’ordinanza. Un’immagine formale, ben diversa da quando, sulla porta del negozio, lo si vedeva con la gabbanella bianca. E accennava sempre a un sorriso.

Dove hai lavorato, Franco?
“A Piazza d’Armi, in via Ulisse Rocchi e il resto qui, in via dei Priori”. Il negozio al pianoterra sta nel palazzo della Società di Mutuo Soccorso. E Franchino è stato un inquilino precisissimo. Franco è Cavaliere della Repubblica, Maestro del Lavoro con medaglia d’oro, Perugia lo ha onorato col Grifo. Insomma: ha avuto le sue soddisfazioni. Era bravo, Franchino, e apprezzato nella categoria. Con Alberto Bottini e altri colleghi aveva fondato la Scuola di via del Roscetto. 

“Non potei firmare l’atto costitutivo – racconta – perché mi mancavano sei mesi al raggiungimento della maggiore età. Ma poi ho formato generazioni di colleghi che mi vogliono bene. Anche se siamo rimasti in pochi”.
Franco, hai ceduto bottega?
“Macché. Io la licenza l’avrei regalata, ma nessuno l’ha voluta. Ai miei tempi, avere la licenza era un sogno. Oggi non interessa più nessuno”.
Poi mi spiega i segreti della sua arte tonsoria: come equilibrare una testa grossa o aguzza, come compensare la caduta col riportino. In fondo, lo fa anche per sé, da anni.
Che farai, Franchino, adesso che non lavori più?
“Mi dedicherò alla famiglia. Ai nipoti che avuto dalle due figlie”.
Forbici e rasoio dimenticate?
“Neanche per idea. Sono a disposizione di chi ha bisogno. Se c’è qualcuno malato, a casa o in ospedale, prendo la borsa degli attrezzi e vado lì di corsa. Senza prendere un centesimo, s’intende!”. Arriva il sindaco Romizi. E Franco gli racconta di aver servito il nonno Renato, il suo papà e lui stesso.
“Sì, sì, mi ricordo – dice Andrea – la cosa più bella era sedersi su quel cavallino e immaginare avventure”. Ora quel cavallino di metallo è lì, dietro la vetrina. Pare un po’ mogio. Porta in sella un detersivo, un rotolo di carta, uno spruzzino pulivetri. Adesso è in pausa anche lui. E non ha bisogno di biada. Ma di ricordi.

2 Con la moglie-2

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