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Via del Forno oggi. A destra la sede originaria del mitico sòr Carlo

Via del Forno oggi. A destra la sede originaria del mitico sòr Carlo

Peruginerie | Come eravamo ai tempi della patatina del sòr Carlo, in via del Forno, nei ricordi di un grande perugino

Parla il perugino doc Roberto Binazzi, chirurgo in ortopedia e traumatologia, vasta esperienza internazionale, già punta di diamante del Rizzoli di Bologna

Come eravamo ai tempi della patatina del sòr Carlo, in via del Forno. Fu un’anticipazione delle preparazioni da “street food”. Parla il perugino doc Roberto Binazzi, chirurgo in ortopedia e traumatologia, vasta esperienza internazionale, già punta di diamante del Rizzoli di Bologna. Esordisce dichiarando: “Vivo da cinquant’anni lontano da Perugia, ma seguo i tuoi servizi per non recidere il filo dell’appartenenza”. Lo spunto. “Ho visto che hai parlato della patatina del sòr Carlo e mi hai sollecitato ricordi vivissimi che vorrei partecipare ai vostri lettori”.

Ricorda con nostalgia anche il negozio Del Bianco: “Con mio fratello Gianfranco eravamo degli habitué del locale che stava a metà della via, vicino all’angolo e quasi di fronte all’uscita secondaria del negozio Del Bianco. Quest'ultimo esponeva elettrodomestici al piano terra, ma diventava una vera e propria discoteca al piano superiore, dove si vendevano i dischi, sia 45 che 33 giri, della musica anni ’60. La commessa, una mora procace e gentile, caricava continuamente i 45 giri alla moda sul giradischi a tutto volume, inondando di musica tutto il vicolo”. 

Tornando al Sòr Carlo e alla patatina con lo stecchino. “L’ingresso del locale sulla strada era strettissimo ed in parte occupato da un grande padellone pieno di un liquido nerastro dove la signora friggeva, infiliate in uno stecchino lungo almeno 15-20 cm, delle lunghe patate coperte di pastella” [ci troviamo in adiacenza a Palazzo Capocci, con le splendide loggette, ndr].

Ma c’era anche il baccalà. “Di fronte, per non confonderli, friggevano altri 5-6 stecchini lunghi con i filetti di baccalà. Si beveva spuma in bicchieri palesemente non lavati, stando molto attenti a non bruciarsi con il fritto rovente”. E poi c’era il piano di sopra, con tressette e morra. Dietro le spalle del Sòr Carlo, c’era una scaletta a chiocciola con la quale si accedeva al piano superiore, dove ufficialmente si giocava a carte, ma più spesso a morra (essendo tra i giochi vietati), con i numeri gridati a squarciagola”.

Un girone dantesco. In tutti e due i casi, il gioco era intervallato da filotti di bestemmie e insulti che i giocatori si scambiavano urlando. Era un girone dantesco, condito dall’odore penetrante di urea che proveniva dai gabinetti pubblici sotterranei, situati allo sbocco della strada in Piazza Matteotti” (sono stati successivamente chiusi, sia per motivi d’igiene, sia perché frequentati da
personaggi discutibili, in cerca di facili avventure omo, ndr). Ma c’era chi la faceva fuori… dal vaso. “Molti utenti pigri, pur di non fare le scalette che portavano al vespasiano, oppure colti dall’urgenza (dovuta alle forti bevute), provvedevano a liberarsi in loco, contro i portoni o direttamente sul muro. Così la mattina, per raggiungere il locale del Sòr Carlo, bisognava saltabeccare in mezzo a queste strie liquide maleodoranti che attraversavano il vicolo”.

Conclusione, fra nostalgia e rimpianto. “Ciononostante, il gusto del baccalà e della patatina fritta ci sembrava fenomenale e tale da meritare una sosta, appena usciti da scuola. Devo dire che quello è forse uno dei migliori "Street food" che ho mai mangiato”.

NOTA PERSONALE. Aggiungo, ai motivi di stima e apprezzamento per Roberto Binazzi, la circostanza di essere stato, seppur per breve tempo, suo insegnante al Mariotti nella mitica Terza C. Avevano professori stupendi… escluso ovviamente chi scrive. Anche gli allievi non erano da meno. Se pensiamo che in quella classe si trovavano, fra gli altri, Brunangelo Falini, Michele Bilancia, Maria Rita Zappelli e altri geniacci. Ricordo che, alla fine dell’anno, i ragazzi raccolsero in un aureo libretto le frasi “memorabili” pronunciate dai professori. Anche il sottoscritto ne disse più d’una, rivolta al mitico Falini. 

La morte di un insegnante impedì la vasta diffusione dell’opuscolo, che circolò sottobanco. Fu anche quella una prova di intelligenza, maturità e buona educazione: sicuro viatico per ogni carriera. Ricordo quei ragazzi per la loro risata aperta e cordiale, mai disgiunta da una giusta pensosità.

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