Cacciata dal progetto umanitario per cattiva condotta, revocato il permesso di soggiorno ed espulsa

La donna aveva chiesto i documenti per rimanere a lavorare in Umbria, ma la perdita della protezione impedisce il rilascio di altri permessi

Non si comporta bene, viene cacciato dal programma di protezione internazionale ed espulso, con accompagnamento alla frontiera. E a nulla vale la richiesta di permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Una cittadina straniera, difesa dall’avvocato Emanuela Stramaccia, ha fatto ricorso al Tribunale amministrativo chiedendo l’annullamento degli atti di revoca del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale e di quello temporaneo per motivi di lavoro, oltre all’ordine di presentazione alla frontiera aerea di Fiumicino entro 15 giorni dalla data di notifica del decreto per lasciare spontaneamente lo Stato Italiano.

Una decisione presa dalla Questura di Perugia a seguito della relazione di uscita dal progetto Frelife della Regione Umbria della donna, “allontanata per condotta incompatibile con le finalità del progetto stesso”.

Ad aggravare la situazione della donna, anche l’errore nel presentare la domanda di rilascio di permesso di soggiorno per motivi umanitari: invio telematico tramite le Poste italiane e non con presentazione in Questura.

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Secondo i giudici amministrativi “l'eventuale interruzione del programma o l’aver tenuto condotte incompatibili con le finalità dello stesso comportano la revoca del permesso di soggiorno accordato per motivi umanitari e, di conseguenza, l’allontanamento dal territorio nazionale” e ciò “impedisce anche la conversione del titolo autorizzatorio in altro titolo”. E nel caso di cui si discute la donna “è stata allontanata dal progetto per una condotta complessiva totalmente contraria alle finalità del progetto stesso”. Da qui il rigetto dell’istanza.

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