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Certificati medico sportivi con il trucco, dottore nei guai

Il medico accusato di aver preso i soldi che dovevano andare al Cup, ma l'accusa è sbagliata

Certificati medico sportivi a pagamento per snellire le liste d’attesa della Medicina sportiva, ma senza pagare il corrispettivo. Per questo la Procura di Perugia aveva portato davanti al collegio del Tribunale di Perugia un medico, difeso dagli avvocati Fernando Mucci e Giuseppe De Lio, con l’accusa di peculato. A dodici anni dalla chiusura delle indagini, però, il collegio giudicante, presieduto dal magistrato Carla Giangamboni, ha ritenuto insussistente il reato di peculato (cioè l’aver chiesto e intascato denaro in qualità di pubblico ufficiale), ritenendo più corretta la riqualificazione in abuso d’ufficio. In questo caso, però, la prescrizione sarebbe spirata da tempo. Senza entrare nel merito della vicenda, quindi, il collegio ha chiuso il caso.

Il medico, secondo l’accusa, “rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale incaricato del Servizio di Medicina dello sport presso l’Azienda ospedaliera” si sarebbe appropriato di “465 euro per l’anno 2005 relativi a 15 certificati rilasciati previa corresponsione di denaro”, altri 635 euro venivano contestati per il 2006, 680 per il 2007 e 1.085 per il 2008. Secondo l’accusa avrebbe preso quel denaro “al momento del rilascio dei certificati conseguente a visita di idoneità, svoltasi durante l’orario di convenzione”, soldi che “dovevano essere preventivamente versati presso il Cup”.

Secondo i difensori del medico, la convenzione stessa sottoscritta, con la quale si chiedeva al dottore universitario di svolgere attività professionale per snellire le liste d’attesa della Medicina sportiva, regolava il tutto, quindi ogni giorno poteva svolgere le visite prenotate tramite Cup e allo stesso tempo effettuare le visite universitarie.

Per la Procura, invece, il dottore avrebbe utilizzato “macchinari, materiali di consumo ed energia elettrica” di proprietà dell’Azienda sanitaria, “destinandoli ad attività in favore di 7.749 atleti la cui sottoposizione a visita non veniva registrata tramite Cup, né i relativi emolumenti venivano introitati dal Servizio sanitario regionale dell’Umbria”.

Per i giudici perugini non si sarebbe trattato di peculato, forse al massimo di un abuso, ma le lungaggini del processo non permettono di affrontare una nuova ed eventuale ipotesi di reato.

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