Pasqua fra detti, giochi, consuetudini e piatti tradizionali del territorio perugino

Pasqua fra detti, giochi, consuetudini e tradizioni alimentari del territorio perugino. Il detto “Natale coi tuoi e Pasqua con chi vuoi” trova eco nel “gi a fa Pascua” che sta per “andare ospite in casa di parenti”

Pasqua fra detti, giochi, consuetudini e tradizioni alimentari del territorio perugino. Il detto “Natale coi tuoi e Pasqua con chi vuoi” trova eco nel “gi a fa Pascua” che sta per “andare ospite in casa di parenti”.

Le abitudini alimentari di un tempo permangono nel rituale della “torta de Pascua” che prosegue, con leggere varianti. Anche se “quilla compra” (ossia quella acquistata al forno) è fatta impastando a macchina e non più a forza di braccia (spesso avveniva anche con la collaborazione dei “maschi de casa”). Oggi non si usa sempre lo strutto e, soprattutto, non ci si alza in piena notte per vedere se l’impasto “è arnuto de lievto” (ossia è lievitato, crescendo fino all’orlo del tegame) e quindi è giunta l’ora di infornare. In pagina l’interpretazione del disegnatore Claudio Ferracci per il mio “Mercante n Fiera a la perugina”.

Resta la tradizione dell’“ovo tosto”, portato ancora a benedire il sabato pomeriggio. Le uova si consumavano per la “qlazzione” della mattina di Pasqua, insieme alla torta col “capcollo” appena avviato. A proposito di uova sode, è interessante ricordare l’abitudine del gioco definito “toccetto”, che si svolgeva tra ragazzi o tra nonni e nipoti. Si impugnava (per proteggerlo) l’uovo sodo nella mano, esponendone solo la minima parte. Poi lo si sbatteva contro quello dell’avversario. Quello cui nell’urto l’uovo si rompeva, perdendo la sfida, doveva consegnarlo all’avversario.

Ornero Fillanti (nel suo bel libro “Maccaroni e tajulini”) ci ricorda anche il gioco del “fòri verde” che consisteva nel nascondersi tenendo in una mano un uovo e impugnando nell’altra un rametto. Chi scopriva per primo l’avversario gli gridava “fòri verde” (fuori il verde) e ne vinceva l’uovo. La carne del Natale era il cappone, mentre quella di Pasqua era il castrato col quale si preparava una zuppa (personalmente l’ho provata una sola volta, trovandola immangiabile).

Fra gli adagi, si ricorda quello meteorologico “Natale col sole, Pasqua al tizzone” che significa: al Natale tiepido corrisponde una Pasqua fredda. Ma il fatto è che spesso non si ricorda come sia stato il Natale precedente e il detto “ardice” (corrisponde) regolarmente!

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La Pasqua si nomina nel detto “Alta la Pasqua!”, riferita a qualcuno che è ubriaco o, come si dice, “à magnato ntól bicchiere”. Infine, di un individuo alto e segaligno si esclama “mi che cer pasquale!” (“guarda che cero pasquale”), alludendo al cero pasquale che si accende in chiesa all’inizio della veglia. Ricordo, infine, che “Pàscua piffanìa” o “Pascuetta!” e “Pascuarella” non hanno a che fare con la Pasqua ma con l’Epifania.

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