Omicidio via Oberdan: "La vittima ha implorato pietà, ma l'assassina le ha spaccato la testa sui gradini"

Le motivazioni della sentenza di condanna a trent'anni con rito abbreviato a Renate Kette, che il 27 maggio del 2016 uccise la 73enne Danielle Chatelain

Trent’anni di carcere con l’aggravante dei futili motivi e della minorata difesa. Perché quando Renate Kette uccise Danielle Claudine Chatelain, la vittima aveva 73 anni. E’ questa la condanna inflitta lo scorso luglio all’imputata per l’omicidio volontario in una palazzina in via Oberdan, avvenuto il 27 maggio 2016.

Il giudice Avenoso, nelle motivazioni della sentenza, spiega come non si possano concedersi le attenuanti generiche tenuto conto (tra l’altro) “della violenza ed estrema gravità della condotta omicidiaria. La Kette ha avuto tutto il tempo per recedere dall’azione, in quanto è emerso che la Chatelain rotolava giù dalle scale (tra l’altro fratturandosi le costole). La Kette la seguiva e nonostante le implorazioni di pietà della vittima le afferrava la testa per i capelli e gliela spaccava sul gradino, sbattendola reiteratamente con grande forza”.

Poi c’è la condotta della Kette, secondo il giudice “improntata al fatalismo e rassegnazione che “non corrispondono a reale intimo pentimento (omissis) ancor prima di chiamare le forze dell’ordine acquistava una bottiglia di birra per sorseggiarla nell’attesa”.  E ancora: “Impressionante portata dei precedenti penali, evidenzianti particolare inclinazione a delinquere”.

Quando all’aggravante dello stato di minorata difesa appare pacifico – continua il giudice – tenuto conto dell’età della donna di anni 72, “già provata dagli atteggiamenti prevaricatori e violenti che era stata costretta a subire, a fronte dell’età e ben diversa forza fisica della kette e del contesto di isolamento dall’esterno (all’interno della propria abitazione) in cui è avvenuto l’omicidio”.

Il movente risulta riconducibile alla mancata accettazione da parte della Chatelain di continuare a convivere con la Kette.

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