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Omicidio Polizzi, chiesto il carcere a vita per Riccardo e Valerio Menenti: "colpevoli"

I pubblico ministero Antonella Duchini e Gemma Miliani hanno voluto fare chiarezza sulla posizione del giovane Valerio Menenti, spiegando punto per punto, perché bisognerebbe condannare il ragazzo all'ergastolo

Non hanno fatto un cenno quando i pm Antonella Duchini e Gemma Miliani hanno pronunciato la parola “ergastolo”. Riccardo e Valerio Menenti sono rimasti fermi, mentre la famiglia Polizzi e Julia Tosti hanno per la prima volta assaporato il valore della giustizia. Dopo due anni arriva nella sua fase finale il processo contro Riccardo e Valerio Menenti, il padre e figlio accusati, il primo di avere ucciso Alessandro Polizzi e il secondo di essere il mandante. Chiesto, inoltre l'isolamento diurno per la durata di 18 mesi. Duchini e Miliani, considenrando, infine, inattendibile le dichiarazioni della ex fidanzata di Valerio, Federica Pagnotta, hanno chiesto la rimissione degli atti alla Procura per falsa testimonianza. 

Ma oggi, 2 aprile, oltre alle richieste, i pubblico ministero Antonella Duchini e Gemma Miliani hanno voluto fare chiarezza sulla posizione del giovane Valerio Menenti, spiegando punto per punto, perché bisognerebbe condannare il ragazzo per concorso morale e materiale nel delitto di Alessandro Polizzi e nel tentato omicidio di Julia Tosti.

La consegna della chiavi – “Riccardo Menenti – dichiara il pm Antonella Duchini – aprì la porta di via Ettore Ricci con le chiavi che Valerio gli diede. Solo e soltanto quest’ultimo poteva essere in possesso di una copia. E c’è di più – spiega il sostituto procuratore – Riccardo aprì semplicemente forzando la molla e non l’intera serratura ed è questo che ci fa comprendere che l’imputato usò le chiavi per entrare e non un piede di porco come sempre dichiarato dall’uomo”.

L’arma del delitto – “Della pistola del nonno abbiamo diffusamente parlato – dichiara la Duchini -, ma concentriamoci su chi sapeva dell’esistenza di questa arma. Julia ne parlò in tempo non sospetti al padre, ma non solo anche gli amici stretti della ragazza ben sapevano dell’esistenza dell’arma. Quell’arma – afferma con fermezza la Duchini – era un’eredità del nonno. Più volte, inoltre, Valerio si era vantato dell’esistenza dell’arma, descrivendola come ‘vecchia, ma perfettamente funzionante”.

La menzogna – Riccardo Menenti, spiega la Duchini, spinse moglie e figlio a mentire, chiedendo loro di dire ai Carabinieri di fornirgli un falso alibi. La bugia è la notte passata nel casale di Todi. Notte in cui Riccardo Menenti passò nell’appartamento di via Ettore Ricci, compiendo l’efferato delitto di Alessandro Polizzi. “In questo modo Valerio Menenti – dichiara la Duchini – ha consapevolmente e scientemente fornito un falso alibi al padre”. Ma Valerio mente ancora quando dichiara di aver saputo dell’omicidio solo alle sei di mattina dalla polizia. In realtà gli agenti non gli avevano assolutamente comunicato quanto successo. Da chi quindi ha saputo della morte di Alessandro Polizzi? Valerio mente anche quando afferma di aver visto la ferite sulla fronte del padre. “Lui quella ferita non può averla vista – afferma la Duchini -, è semplicemente un altro modo per spalleggiare Riccardo”.

Auto – Un altro elemento che farebbe presumere il concorso di Valerio nell’omicidio di Polizzi è dato dal fatto che il padre di Riccardo era a conoscenza di elementi che senza la presenza del figlio mai avrebbe potuto conoscere. Tra questi, uno dei più importanti, la targa dell’auto di Alessandro. A Riccardo serviva conoscere la targa di quella vettura. “Serviva- afferma il pm Duchini – per poter entrare nell’abitazione con la certezza matematica che i due si trovavano all’interno dell’abitazione e non agire a vuoto”. Ma quando Valerio fornisce il numero di targa al padre? Riccardo va a trovare il figlio in ospedale, ed è proprio Gubbiotti (amico intimo del tatuatore) che sente chiedere dall’imputato al figlio: “L’auto di Polizzi è targata Siena?”.

Movente – Non esiste alcun movente per il pubblico ministero. Valerio Menenti non venne di certo ritrovato in fin di vita. “Ricordiamoci – dichiara il pm – che Valerio venne visto tranquillamente fumare con gli amici mentre era ricoverato al Santa Maria della Misericordia. Questo è un omicidio premeditato da entrambi gli imputati, non è solo frutto della mente di Riccardo. Per la Duchini le intercettazioni parlano chiaro: “Che dovevamo fa? Dovevamo aspettà che t’ammazzava con un piccone”. “Abbiamo”, sottolinea il pm. “Un noi e non un io”.

Condivisione – Non c’è  nessuno sconvolgimento da parte di Valerio. Il giovane sembra condividere la condotta del padre e la volontà omicidiaria. Non un giovane sconvolto in carcere, “è un ragazzo – spiega la Duchini – che risponde al padre condividendo a pieno quanto è successo e lo si capisce anche dalla frase: ‘C’è una sola parola Riccà: sopravvivenza”.

Calunnia – La Duchini torna a parlare delle dichiarazioni della commessa del compro oro che testimoniò di aver assistito a una telefonata di Valerio in cui il giovane disse “So io come fargliela pagare. Conosco qualcuno che queste cose le fa”. Testimonianza che per la Duchini è assolutamente credibile. Il telefono, infatti, di Valerio in quel preciso orario era spento. Questo, per il pubblico ministero, può significare solo una cosa: “Valerio si era allontanato dall’ospedale per recarsi al compro oro. Lo stesso compro oro in cui l’imputato pronunciò le famosi minacce”.

Maltrattamenti – E’ il pubblico ministero Gemma Miliani a fare luce sul rapporto malato tra Valerio e Julia. Uno dietro l’altro  mette in fila gli episodio di violenza subiti dalla ragazza. Il pm si sofferma su quei lividi sempre presenti nel corpo della ragazza. Sull’ansia di una madre che vede giorno dopo giorno deperire la figlia. Un sorriso, quello di Julia, che si spegne. “Troppe le violenze subite – sottolinea la Miliani in aula -, al punto tale che finita la relazione tra i due giovani è lo stesso padre della Tosti a intervenire con una lunga email che inizia così: ‘Non ho il tuo numero, altrimenti certe cose te le avrei sicuramente dette in faccia’. Massimo Tosti – spiega il pm – è agguerrito contro Valerio dopo aver saputo dalla stessa Julia tutta la sofferenza che la figlia è stata costretta a subire”. Il 20 aprile è attesa la sentenza.

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