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Omicidio Polizzi, per la difesa la pistola era della vittima: si va verso la sentenza

In aula i due legali hanno ripercorso la cronologia degli eventi, tentando di ribaltare la tesi accusatoria e ribadendo senza sosta che non fu un omicidio premeditato

Dopo le dichiarazioni rese ieri, Riccardo Menenti, accusato insieme al figlio della morte di Alessandro Polizzi, appare tranquillo. Ascolta le parole dei suoi legali, gli avvocati Francesco Matteangeli e Tiraboschi, senza battere ciglio. Poco distante da lui il figlio, lo stesso per il quale Riccardo si sarebbe recato a casa di Julia Tosti e del giovane Alessandro con l'intento di vendicare Valerio per quelle tre “oltraggiose” aggressioni subite.

L'imputato, vedendo infatti il figlio in ospedale non ha pensato di andare a casa Polizzi per parlare con i genitori di lui. Ha deciso, invece, di indossare i guanti, armarsi di un piede di porco e dare una lezione al giovane, poi finita in tragedia. Riccardo Menenti non ha, infatti, mai cambiato la sua versione dei fatti. Ha sempre affermato che andò senza un'arma. Lo ribadisce nelle intercettazioni ambientali, parlando con il figlio, ma soprattutto lo ha ribadito ieri durante una confessione spontanea assumendosi ogni responsabilità e sottolineando più volte io non sono “un mostro”.

In aula i due legali hanno ripercorso la cronologia degli eventi, tentando di ribaltare la tesi accusatoria e ribadendo senza sosta che non fu un omicidio premeditato. La corte presieduta dal giudice Massei ha preferito rimandare l'udienza a giovedì, giorno in cui dovrebbero essere ascoltate le repliche, a meno che non si decida per un colpo di scena ammettendo una nuova perizia.

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