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Omicidio Polizzi, l'Accusa: Valerio non è innocente e il padre voleva uccidere anche Julia

Una lunga udienza quella di oggi in Corte d'Appello. Il pm Razzi, dopo una lunga requisitoria, ha chiesto la conferma della condanna di primo grado nei confronti di Riccardo e Valerio Menenti

Bugie, tradimenti, una ricostruzioni farlocca e l'impossibilità di narrare una verità diversa: Riccardo Menenti per l'Accusa ha ucciso Alessandro Polizzi in accordo con il figlio Valerio. Sono queste le motivazioni che hanno spinto il sostituto procuratore Razzi a chiedere la conferma della sentenza di primo grado per i due imputati: ergastolo con isolamento diurno per Riccardo e 27 anni di carcere per Valerio. L'Accusa ha precisato, dopo un'attenta ricostruzione, che la versione resa dai due imputati appare pressoché impossibile. “La pistola – afferma il pm Razzi - non poteva che essere dell'assassino, ma ad essere la prova inconfutabile della colpevolezza dei due è il contesto sociale in cui la rabbia è cresciuta”. Per l'Accusa Valerio era affetto da una sorta di “dominio” nei confronti di Julia. Un possesso che, stando alle parole dell'Accusa, sarebbe sfociato in continui atti di pazzia nei confronti della ex fidanzata. Una violenza confermata anche dai testimoni che hanno sfilato in questa aula nel corso del processo di primo grado.

La posizione di Riccardo – L'uomo, secondo il pm, avrebbe ucciso Polizzi e tentato di togliere la vita alla giovane Julia. A dimostrarlo una serie di coincidenze che vanno a costruire un puzzle impossibile da smontare. Dai primi giorni immediatamente dopo il delitto i due imputati hanno tentato di costruirsi un alibi, ma la presenza del dna nella casa del delitto ha ben presto messo con le spalle al muro l'unica persona che poteva essere entrata in quella casa: Riccardo Menenti.

La posizione di Valerio - Ma è su Valerio Menenti che il sostituto procuratore concentra la sua attenzione. Dimostrare la colpevolezza del giovane tatuatore, appare infatti ben più difficile, “ma questo non significa che Valerio sia innocente”. “Valerio – spiega l'Accusa - era in possesso di entrambe le chiavi e se pur la relazione fosse terminata da tempo, lui le portava con sé. Il racconto di Julia afferma che le chiavi vennero buttate e finirono in un tombino, ma  nessuno può sapere se il giovane ne abbia fatto delle copie da consegnare al padre il giorno del delitto. Per quanto riguarda la pistola Menenti disse alla Tosti che “se lei lo avesse lasciato, lui si sarebbe ucciso con la pistola del nonno”. Questa frase per il pm conferma il fatto che la famiglia Menenti era in possesso dell'arma. A confermarlo anche le dichiarazioni di Micheal Gubbiori per l'Accusa assolutamente attendibili. Per quanto riguarda le aggressioni subite dal giovane, è sempre il pm Razzi a spiegare: “Polizzi picchiava Menenti per reagire ai maltrattamenti che Valerio praticava nei confronti di Julia”. Gli intenti omicidi del giovane si sono palesati anche dopo la morte del povero Alessandro, quando quattro albanesi si avvicinarono alla ragazza confidandolo che Valerio li aveva contattati per “far uccidere Alessandro”.

Le intercettazioni – Ci sono poi quelle conversazioni tra padre e figlio in cui si lascia intendere una condivisione di intenti. “Quello la prossima volta te faceva fori, bisognava vende tutto e andassene. Siamo incappati in un'anima nera che ci ha portati qua”. Ma anche: “Se tornassi indietro lo rifarei. Quello voleva ammazzà mio figlio”:

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