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Omicidio Presta, le motivazioni della sentenza di condanna per Rosi: "Poteva risparmiare la vita alla moglie, ma lucidamente ha sparato ancora"

Per il giudice, nelle 45 pagine delle motivazioni della sentenza, c'è l'aggravante dei maltrattamenti in famiglia e dell'aver agito alla presenza del minore, ma nessuna premeditazione: ecco perchè

Ha sparato un primo colpo alla moglie Raffaella Presta, poi ha avuto quei secondi di lucidità per risparmiare la vita della giovane avvocatessa, ma non l'ha fatto. Ha ricaricato il fucile e ha sparato un secondo colpo, ravvicinato, alla donna già in terra. E' la tragica vicenda avvenuta il 25 novembre del 2015 all'interno di una villetta al Bellocchio, ad armare la mano di Francesco Rosi, condannato con rito abbreviato a trent'anni di reclusione, la propettiva della fine della vita coniugale con la moglie, la gelosia, la morbosità nei suoi confronti. Un omicidio che si inscrive in un contesto di maltrattamenti nei confronti della donna, maturati soprattutto nell'ultimo periodo, in 10-11 mesi. Con percosse, violenze, pedinamenti. 

Secondo il giudice, l'aggravante dei maltrattamenti in famiglia è da ritenersi plausibile anche a fronte delle numerose dichiarazioni testimoniali. A cominciare dalle amiche di Raffaella, e delle confidenze raccontate dalla stessa vittima. Rosi, che non voleva neanche che la moglie lavorasse, era arrivato adirittura a nasconderle le chiavi dell'auto pur di non farla andare in udienza. E ancora, picchiata, controllata. Tanto che dall'esame del medico legale erano emersi ecchimosi presenti sul volto di colore giallastro "non di recente produzione", una cicatrice sul timpano destro non riconducibile a trauma recente e una ecchimosi sulla gamba destra prodotta nelle ultime 48- 72 ore prima della morte.  

Ma non c'è stata premeditazione, per il giudice Alberto Avenoso che ha inferto all'uxoricida il massimo della pena considerando la scelta del rito che di per sè,  permette lo sconto di un terzo della stessa.

Nessuna premeditazione perchè - come riporta nelle 45 pagine di motivazioni, "il calcio del fucile presentava evidenti tracce di polvere", a testimoniare che fossero lì da diverso tempo, come difesa contro i ladri. Inoltre Rosi, proprio il giorno del delitto, avrebbe telefonato all'agenzia immobiliare chiedendo la disponibilità di un appartamento singolo e due giorni prima del delitto, richiesto un appuntamento con un avvocato per parlare "di questioni personali e familiari". Scrive il giudice Avenoso: "Tali contatti, manifestamente prodromici ad una separazione, appaiono certamente di segno divergenze rispetto all'ipotesi che il Rosi, non accettando la fine della relazione coniugale, stesse pianificando il delitto, non avendo alcuna logica l'atto di interfacciarsi con terzi estranei a brevissima distanza temporale dall'omicidio. Ma è anche lo scenario dell'omicidio, che appare incoerente con una premeditazione". Il bimbo era ancora dentro la bagna intento  fare il bagnetto quando il delitto si è consumato ed appare incociliabile per il giudice, "un omicidio freddamente pianificato con la presenza del figlio da lui tanto amato".  

E' ancora il giudice a scrivere: "risulta evidente che in un contesto familiare connotato da un rapporto coniugale oggettivamente complesso e in via di sgretolamento protrattosi ben oltre il dovuto, connotato da condotte esasperate ed esasperanti del Rosi, che era altresì ossessionato, più che dal tradimento, dalla disgregazione del nucleo familiare e dal timore di perdere il proprio figlio e i propri beni ed in cui non risulta dimostrata la premeditazione, emergendo semmai elementi che inducono a ritenere meno implausibile un dolo d'impeto". 

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