Cronaca

Uccise la madre a coltellate, Bigotti è "socialmente pericoloso": dopo sei mesi non c'è posto nelle strutture speciali

A novembre del 2016 il gup aveva emesso per Federico Bigotti la misura di sicurezza in una Rems. Sono passati sei mesi, ma il Dap ancora non è riuscito a trovare un posto per lui: "E' una situazione grave, noi legali abbiamo le mani legate"

E' uno di quei casi paradossali che rischiano di assumere connotati ben al limite di risposte burocratiche con cui si è soliti "scaricare" o "sminuire" una qualsivoglia faccenda, perchè questa volta c'è di mezzo un giovane - dichiarato "socialmente pericoloso" che dovrebbe seguire un percorso di cura e riabilitazione all'interno di una struttura idonea, detta Rems, ma per lui le porte sono ancora chiuse. Dopo sei mesi. 

Stiamo parlando di Federico Bigotti, il 23enne che nel dicembre del 2015 uccise a coltellate sua madre all'interno della loro abitazione a Città di Castello. A suon di perizie fu valutata dal gup l'incapacità di intendere e di volere" e per questo - con una sentenza dell'11 novembre 2016, fu assolto. Bigotti sarebbe dovuto essere trasferito in una Rems (strutture residenziali sanitarie), secondo l’ordinanza del gip emessa a luglio 2016, ma a causa della mancanza di posti disponibili, Bigotti continuò persino la misura cautelare del carcere. Il giudice, aveva quindi disposto nuovamente di applicare il ricovero presso gli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari in attesa di chiusura. Purtroppo, anche lì, nessun posto disponibile.  Ora, dopo sei mesi dalla sentenza del giudice, con cui aveva emesso per Federico la "misura di sicurezza" all'interno di una struttura consona a trattare il caso (appunto, la Rems), non trova risposte.

L'ultima "porta in faccia" risale a questa mattina, a quando cioè il magistrato di sorveglianza ha spiegato all'avvocato di Bigotti, Francesco Areni (co difensore con Vincenzo Bochicchio) che il Dap (dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, deputata a trovare una collocazione) ha nuovamente risposto che non ci sono posti. Da nessuna parte. L'Umbria, che non ha nessuna struttura di questo tipo e che quindi, per competenza territoriale si avvale della Toscana (la Rems di Volterra), non ha posti. Lì attualmente sono presenti trenta pazienti (ovvero l'intera capienza); tre sono i pazienti umbri ricoverati a Volterra,  secondo l'ultima relazione stilata dal Commisario unico per il superamento degli Ospedali pischiatrici giudiziari, in data 19 febbraio 2017. 

La situazione rimane quindi immutata e congelata da novembre. Bigotti è ricoverato "provvisoriamente" al reparto Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura (SPDC) dell’ospedale di Perugia. "Ringraziamo i medici della struttura ospedaliera che stanno supplendo alle carenze dello Stato" - commenta amareggiato il legale Francesco Areni. "Abbiamo le mani legate, nè abbiamo più strumenti giuridici per poter sbloccare questa situazione assurda. Anche il magistrato di sorveglianza, nonostante i continui solleciti fatti al Dap per trovare una collocazione coerente con la situazione di Bigotti, allo stato attuale non può far nulla". 

Non è l'unico caso in Italia, ovviamente. Ci sono ritardi e i tempi di attesa sono lunghi, forse troppi. Questo tipo di strutture sanitarie (dopo la chisura degli ospedali psichiatrici giudiziari) permettono cure, assistenza adeguata e anche un possibile reinserimento nella società. C'è per Bigotti una misura di sicurezza che deve essere applicata e invece ora tutto è congelato in una sorta di limbo. "Da una parte Federico non è libero, dall'altra però non è garantita nessuna misura di sicurezza. E non solo ci rimette il paziente, che dovrebbe essere inserito il prima possibile all'interno di un percorso di cura adeguato, ma anche la società stessa". 

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