Martedì, 16 Luglio 2024
Cronaca

Lo zio lo costringe a spacciare e la condanna gli vieta di ottenere il permesso di soggiorno

L'uomo si è allontanato dai parenti, ma la sentenza impedisce il rilascio del documento

“Io non volevo spacciare, è stato mio zio a costringermi”, ma la confessione non intenerisce i giudici amministrativi che respingono il ricorso dello straniero che chiedeva l’annullamento del decreto ministeriale che gli negava il rinnovo dle permesso di soggiorno.

Rifiuto motivato dalla Questura di Perugia per “l’esistenza di un pregiudizio penale in materia di stupefacenti” in quanto il ricorrente “veniva infatti condannato a seguito a seguito di sentenza di patteggiamento … per spaccio di stupefacenti in concorso con alcuni suoi parenti”.

Il ricorrente ha contestato questa ricostruzione sostenendo “di essere arrivato in Italia minorenne e di essersi affidato ai propri zii che lo hanno invece indotto alla commissione dei reati contestati, avvenuti nel periodo tra il 2017 e il 2020; successivamente costui si è dissociato dai propri parenti e si è allontanato anche fisicamente da costoro, andando a vivere in Umbria, ove ora risiede, nella stessa cittadina dove vive la sorella con il suo nucleo familiare”.

Secondo il ricorso “la condanna per spaccio non sarebbe indice concreto di pericolosità sociale” visto che il soggetto lavora, ha un appartamento in affitto e rapporti sociali e affettivi.

Per i giudici del Tribunale amministrativo regionale dell’Umbria, però, il ricorso è manifestamente infondato in quanto l’orientamento giurisprudenziale sulle condanne per droga è ormai consolidato sulle posizioni che impediscono “il rilascio, come il rinnovo, del permesso di soggiorno in favore del cittadino straniero senza la necessità di accertare in concreto la pericolosità sociale dell'interessato” di fronte ad una condanna. Per questo i giudici hanno rigettato il ricorso.

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