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Necropoli Cutu all'epoca della scoperta, foto Sandro Allegrini

Necropoli Cutu all'epoca della scoperta, foto Sandro Allegrini

Lo scandalo della tomba dei Cutu, scoperta non ancora pubblicata e quegli "ecomostri" sorti a poche decine di metri

Parte oggi il primo di una serie servizi dedicati: la tomba dei Cutu è uno degli ipogei etruschi  più importanti. Quest’anno cade il 35.mo anniversario della scoperta, ma non è stata ancora pubblicata

Quest’anno cade il 35.mo anniversario della scoperta della tomba dei Cutu, uno degli ipogei etruschi  più importanti del territorio perugino. Lo scandalo consiste nel fatto – lo notava tempo fa Mario Torelli – che non sia stata ancora pubblicata. Almeno in modo completo. La soprintendente dell’epoca, Anna Eugenia Feruglio, ne ha scritto negli annali Faina e ne ha pubblicato le iscrizioni nella rivista “Studi Etruschi”. Ma un’opera sistematica latita, data anche la ragguardevole età della studiosa che ha in mano le carte.

Nell’ipogeo etrusco del Toppo di Monteluce, fin dagli anni Venti del secolo scorso, era stata rinvenuta una tomba ellenistica i cui reperti sono conservati al Museo Archeologico di San Domenico. Ma il vero colpaccio avvenne in via Madonna del Riccio dove, nel 1983, fu reperita intatta la tomba dei Cutu.

Nazareno Banella, un pensionato che lavorava nell’orto del dottor Lorenzo Fonda e di sua moglie Sofia, vide sprofondarsi il terreno imborfato dalla pioggia e scoprì casualmente il prezioso manufatto, vecchio di 23 secoli. Si trattava di un ipogeo a croce greca, lungo otto metri e profondo 2.5, abbastanza povero e privo di decorazioni. Aveva accolto sei generazioni di persone di sesso maschile. Fratture e mutilazioni degli scheletri hanno fatto pensare ad una stirpe di guerrieri. All’apertura, un vapore verdognolo, vagamente profumato, si liberò verso l’esterno.

La tomba conteneva 50 urne cinerarie variamente decorate, che riportano i dati del defunto, usando caratteri etruschi e latini. L’anonimo capofamiglia stava nel sarcofago in arenaria. L’urna più bella è quella di Arnth, un giovane effigiato in posizione semisdraiata, con una patera in mano. Molti arredi (come scudo, armatura, paraguance, schiniere, spada) confermano l’ipotesi militare. A sinistra della porta furono trovati resti di animali, vasetti coi pasti, coppe da libagione. Nel vestibolo un “kottabos” con base ed asta.

Il ritrovamento suscitò un notevole interesse a livello locale e nazionale. A Perugia si mossero Mario Torelli, direttore dell’Istituto di Archeologia del locale Ateneo, e la soprintendente Archeologica Anna Eugenia Feruglio. Non senza diatribe. La televisione nazionale mandò in diretta l’ispezione con sonda ottica del grande sarcofago. Il reporter scientifico Mino D’Amato ebbe qualche diverbio con la Feruglio.  La questione che si pose immediatamente fu imperniata intorno all’alternativa se lasciare tutto in loco o musealizzare. L’antropologo, archeologo e divulgatore Viviano Domenici, dalle pagine del “Corriere della Sera”, polemizzò sulla rimozione. Nell’anno degli Etruschi, il 1984, si promossero conferenze e congressi.

Lorenzo Fonda, ad esempio, era dell’opinione di lasciare ogni cosa al suo posto, rendendo magari visibile il tutto, attraverso una robusta lastra di plexiglas. Ma altri decisero diversamente: le urne furono estratte da sopra, non senza difficoltà. Ora la tomba svuotata è chiusa dall’alto tramite un solido coperchio metallico serrato da un lucchetto. Le chiavi sono in possesso della Soprintendenza.

Oggi, al pianoterra del Museo Archeologico dell’Umbria, è stata ricostruita la tomba dei Cutu, con un certo gusto scenografico che a molti non piace. È certo che si tratta di un falso e che la scelta caldeggiata da esperti nazionali e abitanti di Monteluce non fu tenuta in alcuna considerazione. La circostanza sulla quale occorre riflettere è che si perse un’occasione storica per indagare sistematicamente al Toppo e nei siti adiacenti, con grave danno per la cultura e per l’economia cittadina. Si pensi a quale formidabile indotto avrebbe generato una zona archeologica visitabile nella parte nord di Perugia.

Ma il guasto non si ferma qui. A distanza di 35 anni, si può tranquillamente stigmatizzare la scellerata operazione urbanistica posta in essere allora. Gli amministratori dell’epoca autorizzarono infatti la costruzione di quattro enormi corpi condominiali (foto) di otto piani a poche decine di metri dalle tombe. In assoluta difformità rispetto alla tipologia abitativa esistente.

I due ecomostri sorsero all’indomani di frettolosi sbancamenti notturni, alla luce delle fotoelettriche. Fretta che, anche allora, più d’uno giudicò quanto meno sospetta. Circolarono molte dicerie, ma non partirono denunce. Sicuramente, se qualcosa fu trovato, ora giace sepolto sotto una colata di cemento. Se non trafugato. Peccato per Perugia e per la cultura.

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