Martedì, 18 Maggio 2021
Cronaca

Operazione "Quarto passo": il giudice non revoca la sorveglianza speciale, indagato dà in escandescenze sui binari

Intervento della Polizia riporta la calma. L'uomo, finito nei guai per infiltrazione mafiosa, protesta: "Accanimento giudiziario contro di me. Non posso lavorare, non posso uscire con i miei figli"

Cinque anni senza poter lavorare, accompagnare i figli al centro commerciale (perché fuori comune), ogni giorno in caserma o in questura per firmare. “È un vero e proprio accanimento” denuncia Salvatore Facente, commerciante e raccoglitore di materiali ferrosi, incappato nelle maglie della giustizia con l’operazione “Quarto passo” su una presunta cosca di calabresi che avrebbe operato con metodi mafiosi in Umbria.

La denuncia dell’uomo è stata raccolta da Perugia Today tramite l’avvocato Gaetano Figoli dopo che la Corte d’appello di Perugia ha confermato, appunto per cinque anni, la misura della sorveglianza speciale a carico del suo assistito. Una decisione che ha fatto perdere il controllo all’uomo. Recatosi alla stazione di Ponte San Giovanni, ha dato in escandescenze, minacciando di buttarsi sui binari e denunciando quella che, per lui, è una persecuzione.

Sono intervenuti gli agenti di Polizia e una volta calmatosi, dopo l'identificazione, è stato lasciato andare per un colloquio con il suo legale.

Ed è proprio tramite l’avvocato che fa sapere come ritenga ingiusta quella misura che impedisce qualsiasi gesto di vita quotidiana, riduce di molto la sua attività lavorativa non potendo uscire dal comune di residenza. Tutto perché la Corte ha ritenuta pericolosa la collaborazione lavorativa con un altro indagato nell’operazione “Quarto passo”.

L’uomo afferma di non voler vivere di nuovo quanto passato in occasione della morte della madre (all’epoca era detenuto come misura cautelare di Quarto passo), visto che adesso ha anche il padre malato e non può andare in Calabria a visitarlo. I presunti legami con la ndrangheta, dice l’uomo, non ci sono e le accuse sono ancora pendenti in giudizio, quindi non sussisterebbe la pericolosità sociale. Anche il procedimento pendente per il furto di un compressore, per altro restituito, non è ancora finito.

Per i giudici, però, “l’essersi associato ad altro membro del sodalizio criminale, la persistenza in comportamenti criminali, mostrano chiaramente l’attualità della pericolosità del rapporto”. Contro tale decisione rimane la via del ricorso per Cassazione. Anche alla luce della revoca della misura che è stata decisa dalla Corte, sempre a carico di uno degli appartenenti al presunto sodalizio criminale, con la funzione di amministratore di società fallite.

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