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A dieci anni dalla morte del massimo drammaturgo perugino, l'attore Nando Piselli ne ricorda la celebre figura

A dieci anni dalla morte del massimo drammaturgo perugino, Artemio Giovagnoni, il ricordo di Nando Piselli, uno dei suoi attori preferiti. Che rammenta spigolature artistiche e umane del commediografo (per passione) e scultore

A dieci anni dalla morte del massimo drammaturgo perugino, Artemio Giovagnoni, il ricordo di Nando Piselli, uno dei suoi attori preferiti. Che rammenta spigolature artistiche e umane del commediografo (per passione) e scultore (per professione). “Conoscevo Artemio come abitante dell’Elce: eravamo vicini di casa. Un giorno venne alla cava  per acquistare materiali. Mi sentì parlare con gli operai e mi chiese immediatamente di entrare in organico: a suo parere, impersonavo alla perfezione il tipo popolare, aguzzo e sornione, del perugino schietto”.

Cosa ti disse?

“Mi raccomando,  sii te stesso, non atteggiarti, non recitare!”.

In che senso?

“Giovagnoni detestava le pose: voleva che i suoi attori fossero quanto più possibile naturali”.

In quali commedie hai lavorato?

“Tantissime. Ricordo che in quel periodo rimetteva in scena il Ciofetta, allora uscito col titolo ‘Il quartierino’, e mi volle nel ruolo di Righetto, il muratore. Mi sentii onorato e intimorito, perché quel ruolo era stato ricoperto, al Teatrino dei Raspanti, dal grande Giacomo Paris”.

Scriveva tenendo presenti le tue doti sceniche e attoriali?

“Alcune parti  me le cuciva letteralmente addosso. Ricordo che, scrivendo “La corriera per Montefiorito”,  mi chiese di assomigliare, quanto più possibile, a un prete che conosceva e del quale mi invitava a ripetere i modi, gli atteggiamenti e il parlare”.

Com’era Artemio in veste di regista?

“Esigentissimo, meticoloso, curava ogni cosa, fino al minimo particolare. Era un insegnante di valore: severo e preparato. Arrivava a strapazzarti (amichevolmente) se non seguivi le sue indicazioni, sia in chiave di intonazione che nei movimenti”.

Puoi fare qualche esempio?

“Certamente! La prima regola di ogni attore è, naturalmente, quella di non girar mai le spalle al pubblico. Su questo non transigeva e non ti permetteva di farlo”.

Ti risulta che, da giovane, avesse fatto anche l’attore?

“Aveva calcato anche lui le tavole del palcoscenico: da ragazzo, al teatrino dei Salesiani di Porta Sant’Angelo, specialmente in ruoli femminili, dato che alle donne non era consentito esibirsi. Con lui, l’indimenticabile Paolino Granozzi”.

Cosa lo faceva arrabbiare?

“S’inalberava se l’attore ‘smanettava’ (come diciamo alla perugina), ossia gesticolava. ‘Si interpreta col volto e con la voce, non con le mani’, ripeteva”.

Aveva qualche metodo particolare?

“Sì. Ad esempio, ci consegnava degli oggetti da tenere in mano: che so, un bastone per l’anziano, una borsa, un fazzoletto o un gomitolo per una donna. Lo faceva anche con Fausta Bennati, che mal sopportava di essere ripresa, e così lui le teneva impegnate le mani”.

Hai, di Artemio, un ricordo particolare, a dieci anni di distanza dalla sua scomparsa?

“Tante memorie di scherzi, di zingarate tra attori, ma con lui tanto rispetto. C’era anche la condivisione di un modo di concepire la vita e il teatro: con impegno e rigore. Da perugino, mi piace ricordare gli studi di Giovagnoni sul controverso caso Santi o su episodi di storia cittadina: penso a ‘Quel ragazzo del ’99’ che racconta la storia di un giovane del Toppo ucciso fuori Porta Sant’Angelo”. Già, Giovagnoni storico: un’altra pagina, tutta  da scoprire, della sua multiforme attività di artista-intellettuale perugino, discreto e geniale.

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