Intervista choc a 'Chi l'ha visto?' di Riccardo Menenti: "Non riuscivo a dormire, a Polizzi volevo solo dare una lezione"

Condannato all'ergastolo in tre processi, l'assassino di Alessandro è tornato libero per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva in attesa della Cassazione: "Premeditazione? Non sarei andato con il nostro furgone per poi sfondare tutto"

Libero per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva, Riccardo Manenti ha chiamato la redazione di 'Chi l'ha visto?' per spiegare la dinamica dell'omicidio di Alessandro Polizzi, avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 marzo e costato una condanna all'ergastolo a lui e a 16 anni per il figlio Valerio: “Apro il portone del palazzo, sfondo il portone dell'appartamento ed entro dentro - spiega davanti alle telecamere del programma di Rai 3 - sapevo che la camera da letto stava sulla destra su un piccolo corridoio corto e grazie alla luce che penetrava dall'esterno, dalle scale e dai lampioni che erano in strada, io entrando, vedo un qualcosa che luccicava e forse istintivamente capisco che c'era qualcosa che non va. Mi precipitoi verso questa cosa e c'era questo ragazzo che aveva in mano un'arma. Ho iniziato la colluttazione per togliergli l'arma e nelle fasi concitate della colluttazione c'è stata un'esplosione”.

VIDEO Omicidio Polizzi, Menenti a Chi l'ha visto?: "Dovevo salvare Valerio. Purtroppo non si può tornare indietro"

In quella casa ci sono Alessandro, 23 anni, e Julia che all'epoca ne doveva ancora compiere 20. Stanno dormendo mentre Valerio è in ospedale, pestato a sangue da Alessandro perché non accettava la rottura con la sua ex Julia. Querele e denunce ma non avevano portato a nulla, così Riccardo Menenti va a farsi giustizia da solo con un colpo di pistola (Beretta semiautomatica 1934 calibro 9) che secondo l'accusa avrebbe portato con sé insieme al piede di porco con cui si è fatto strada per entrare. Il colpo di pistola uccide Alessanro e ferisce Julia, Riccardo non soccorre i due e continua a colpire con il piede di porco Alessandro prima di scappare con la pistola che resta però nell'appartamento. Per giorni lui si dichiara estraneo ai fatti e rilascia interviste, esibendo  “Grande pena e tristezza”. Poi però viene trovato il suo sangue sul luogo del delitto e viene di conseguenza arrestato insieme al figlio Valerio, che era in ospedale al momento dei fatti ma viene considerato concorrente morale e materiale della morte di Alessandro.

Dopo tre processi, uno in primo grado e due in appello Riccardo viene condannato all'ergastolo e Valerio a 16 anni, manca solo la Cassazione ma loro nel frattempo sono tornati in libertà per decorrenza dei termini della custodia cautelare. Valerio è libero da maggio, si è sposato e lavora nel suo studio da tatuatore. Riccardo è libero dal 10 maggio e la sua scarcerazione ha scatenato la rabbia della famiglia Polizzi, che si presenta a Roma davanti alla Cassazione insieme a Julia in lacrime e con dei cartelloni che mostrano le foto del cadavere tumefatto di Alessandro: e il padre Giovanni Polizzi. “Mio figlio è stato ammazzato in quella maniera - diceva indicando le foto -. Chiedo scusa per la bruttezza di queste immagini, ma sono quelle che io mi sono trovato davanti in ogni processo e ora voglio giustizia, voglio che venga rimesso in carcere quell'assassino che dopo aver ucciso Alessandro lo ha colpito con 17 bastonate sulla testa. Guardate come era ridotto...”. La paura ora è che Riccardo Menenti possa fuggire: “Non ha nemmeno obbligo di firma e divieto di espatrio - diceva Francesco Polizzi, fratello di Riccardo prima che scattasse l'obbligo di dimora per l'assassino -. Lei a 56 anni ci tornerebbe in galera sapendo che ne deve scontare 30? Ora come famiglia vogliamo vedere chi lo rimetterà in galera e come ci riuscirà”.

A scongiurare il pericolo di fuga ci prova però lo stesso Riccardo Menenti: "Da quello che ho capito - spiega ancora a 'Chi l'ha visto?' - ci sarebbe il rischio di reiterazione del reato, come se potessi andare di nuovo dalla ragazza per farle del male mentre io non ho mai pensato a una cosa del genere. Uscito dal carcere sono venuto a casa, di giorno andiamo allo studio di Valerio a Todi e la sera torniamo a casa e facciamo passeggiata con il cagnolino. Cerchiamo di stare insieme perché siamo stati lontani troppo tempo". Giornate lunghe in cui Riccardo ha il tempo per ripensare a tutto e rivivere quelle ore drammatiche: "Quella sera sono andato lì solo per fermare quel ragazzo e dargli una lezione. Questo è quello che in quel momento diceva la mia mente. Io poi ci ho ripensato negli anni successivi, ho cercato di capire perché ho fatto questo. La mia mente mi diceva questo e che dovevo fare qualcosa per Valerio, perché sentivo che la prossima volta sarebbe finita male e che sarebbe morto sicuramente. Se mi rendevo conto che facevo del male ad altri ragazzi e a un'altra famiglia? Solo con il senno del poi, spesso penso a questo ragazzo che non c'è più e che io conoscevo perché era cliente di mio figlio. Purtroppo c'è stata una serie di azioni che hanno creato una reazione. Due giorni prima del delitto mio figlio è stato aggredito per la terza volta e quando mi trovai davanti la barella, in mezzo a tutto quel sangue, capii che poteva essere lui dalla felpa. Toccai e mi resi conto che era ancora con noi, ma la sensazione era che potevo trovarlo morto".

”Da questa aggressione fino ai fatti, io non ho quasi mai dormito, ho vissuto in uno stato quasi di dormiveglia. Non ho avuto modo di rilassare un attimo la mente. Non so quale meccanismo si sia innescato quella sera ma l'istinto mi ha detto solo di andare lì a fermare questa situazione, perché sapevo che alla fine avrebbero 'fatto secco' Valerio. Quella notte mi sono alzato, ho preso il furgone nostro del lavoro di Valerio e sono andato a casa di questi ragazzi. Magari potessi tornare indietro, purtroppo non si può fare. In un mondo fantastico sarebbe bello poter tornare indietro e modificare tutto il corso degli eventi, compreso il non intervento delle istituzioni. Se questo ragazzo fosse stato fermato io non avrei avuto probabilmente una reazione del genere, né pensato al peggio. Io non volevo farmi giustizia da me, solo fermare questa cosa perché la mia testa mi ha detto questo dopo che non avevo visto nessuno agire per darci una sorta di protezione. Alla fine è andato tutto male e non si è salvato nessuno".

Secondo tutte e tre le corti dei tre processi svolti in attesa della Cassazione però Riccardo era andato a casa di Alessandro e Julia per uccidere, con il piede di porco e la pistola. Lui nega la premeditazione: “Se fosse vero quello che dice la Procura non sarei andato lì a sfondare tutto come un matto e con il nostro furgone. Se la mia intenzione era uccidere avrei escogitato qualcosa e agito diversamente, cosa c'è di premeditato? A questo punto mi dovevano ricoverare in una clinica psichiatrica, perché sarebbe state una premeditazione e un'organizzaione da deficiente. A proposito dell'arma poi nessuna corte ha detto che è nostra con certezza. In primo grado è stato detto che era del nonno di Riccardo, mio padre, in appello il procuratore generale ha portato dei fogli dove era scritto che il bisnonno materno l'avebbe lasciata in eredità a mio figlio. Una tesi curiosa, perché il bisnonno è morto nel 1963 e mio figlio è nato nel 1987, quindi ammesso e non concesso che il bisnonno avesse delle premonizioni, come faceva a lasciare qualcosa a un pronipote che ancora non era nato? Poi la corte di appello di Perugia, e questo sta nella sentenza, scrive che nonostante le mie dichiarazioni in aula sulla dinamica dei fatti è impossibile che il Polizzi potesse possedere un'arma perché sprovvisto di un comodino dove appoggiarla".

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