"Obbligata a soddisfare, contro la mia volontà, ogni suo desiderio sessuale": una donna denuncia il compagno presunto "aguzzino"

Lui un ausiliario, lei una paziente affetta da disturbi psichici. La relazione, iniziata fuori dall'ospedale, è finita con un'accusa di maltrattamenti in famiglia e lesioni

Si erano conosciuti in ospedale, quando lei – una giovane donna della provincia di Perugia – era ricoverata nel reparto di psichiatria del Santa Maria della Misericordia di Perugia. L’imputato, un Ausiliario in servizio presso il nosocomio perugino all'epoca dei fatti e oggi alla sbarra con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e lesioni, aveva stretto un legame con la paziente non appena terminato il ricovero, decidendo in breve tempo anche di andare a vivere insieme.

Ma ben presto il loro rapporto si sarebbe trasformato in un inferno: non solo l’avrebbe rinchiusa in casa non permettendole di uscire, ma anche minacciando lei e il padre di morte, non appena conclusa la loro relazione. Questa mattina il giudice Valerio D’Andria, in sede di udienza preliminare, ha rinviato a giudizio l’imputato per tutti i capi d’accusa a lui ascritti; per l’uomo le porte del processo si apriranno il prossimo 26 aprile dinanzi al giudice Amodeo. La giovane, insieme al padre, si sono invece costituiti parte civile con l’avvocato Saschia Soli del foro di Perugia.

Secondo il capo d'accusa formulato dal pubblico ministero Annamaria Greco, l’imputato avrebbe maltrattato la ragazza, affetta da disturbi psichiatrici, non solo rinchiudendola in casa o in camera da letto, privandole dell’uso del cellulare per evitare contatti, ma l’avrebbe “obbligata a soddisfare, contro la sua volontà, ogni suo desiderio sessuale”, colpendola in un caso a un occhio per motivi di gelosia e impendendole di prendere i farmaci che quotidianamente doveva assumere per la cura della malattia di cui è affetta.

L’accusa sottolinea anche come l’imputato le avrebbe “sottratto somme di denaro che la donna percepiva a titolo di invalidità”, apostrofandola con epiteti offensivi e accusandola di avere rapporti con altri uomini. Ma l’uomo, per il quale il giudice emise l’ordine di non avvicinarsi alla vittima, avrebbe continuato ad importunarla nonostante il divieto (in seguito aggravato con gli arresti domiciliari), recandosi più volte a casa dei genitori dove la donna era tornata a vivere e minacciando di morte lei e il padre. La vicenda, che risale al 2016, ha preso le mosse dopo la denuncia sporta proprio dal padre di lei. L'avvocato Barbara Romoli, co-difensore dell'imputato insieme al collega Salvatore Piccolo, ha invece contestato il reato dei maltrattamenti in famiglia in quanto sarebbe avvenuto un singolo episodio in un lasso di tempo molto breve (circa un mese) durante il quale i due sono stati insieme. 

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