Doppio processo per la compravendita di un calciatore dilettante, tra accuse di estorsione, squalifiche e assegni

Lite giudiziaria tra il presidente di una società, un promettente giocatore e suo padre. Per regolamento non si potrebbero pagare i cartellini, ma di soldi ne girano tanti

I giocatori dilettanti non possono essere oggetto di compravendita, ma comunque firmano un vincolo con la propria società che li tiene bloccati fino a 25 anni.

I giocatori, però, cambiano spesso società e non per motivi di studio o per trasferimento in altre città (così come prevede il regolamento), ma attraverso il pagamento di una somma che risulta come prestito, rimborso spese, premio produzione o altre casuali (spesso fantasiose).

Lo svincolo di un giocatore (dicono anche molto bravo e figlio d’arte) è finito davanti al giudice federale e a quello del Tribunale penale di Perugia.

Procediamo con ordine. Il giovane calciatore vuole lasciare la società e, secondo quanto scritto in denuncia, il presidente della stessa avrebbe chiesto una certa cifra con un fare molto burbero che agli occhi del genitore del calciatore è apparso abbastanza estorsivo. Così dopo aver firmato degli assegni, padre e figlio fanno un esposto al Tribunale federale e portano il presidente in giudizio.

All’esito della squalifica ad un anno del presidente e con il blocco bancario degli assegni, padre e figlio si ritengono soddisfatti. Del caso, però, si è interessata anche la Procura di Perugia. Il pubblico ministero arriva ad una diversa conclusione, propendendo per l’archiviazione. Il padre e il calciatore non fanno opposizione e poco dopo si ritrovano in tribunale con l’accusa di calunnia, cioè di aver incolpato una persona sapendola innocente.

Le parti in tribunale sono assistite dagli avvocati Lino Ciaccio e Pierluigi Vossi.

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