Le cognate litigano e vengono alle mani, la Questura toglie i fucili da caccia ai mariti

C'è il rischio che le donne utilizzino le armi in altre liti. Il ricorso: "Le due donne non sanno usare i fucili, ma in compenso in giardino ci sono zappe, asce e forconi"

Le cognate litigano, si denunciano vicendevolmente e la Questura toglie le armi e la licenza di caccia ai rispettivi mariti (nonché fratelli).

Uno dei due, assistito dall’avvocato Eugenio Zaganelli, si è rivolto al Tribunale amministrativo regionale contro la revoca della licenza di porto di fucile per uso venatorio.

Il provvedimento del questore è stato motivato “dall’aspra conflittualità, persistente da due anni, tra la famiglia dell’odierno ricorrente e quella del fratello, residenti nello stesso stabile, sfociata in aggressioni, ingiurie e minacce reciproche tra le rispettive mogli, cui erano poi seguite le relative querele per lesioni e per ingiurie”. Quando avvengono fatti del genere vengono subito ritirate armi e munizioni in possesso delle persone interessate “non potendosi escludere pericoli di abusi da parte della moglie convivente”. La revoca o la sospensione della licenza di caccia, invece, serve per impedire l’acquisto di nuove armi.

Il ricorrente contesta il provvedimento in quanto la conflittualità sarebbe solo tra le cognate, le quali non saprebbero usare le armi da fuoco, mentre abitando in campagna avrebbero a disposizione un arsenale di “zappe, forconi, accette e simili”.

Tra la presentazione del ricorso e la fissazione dell’udienza, però, sono venute meno “le ragioni che avevano giustificato la misura restrittiva, in considerazione della estraneità dei fratelli rispetto ai fatti oggetto delle querele presentate dalle rispettive mogli e, comunque, del lungo lasso trascorso dall’epoca dei fatti senza ulteriori episodi di conflittualità”.

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Da qui la dichiarazione di improcedibilità del ricorso “per sopravvenuta carenza di interesse”.

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