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La commovente lettera di un mister, da sempre a fianco dei giovani: "Ora vado in Australia, ma vi avrò sempre nel cuore"

Dopo tanti anni trascorsi in panchina Roberto Fausti lascia l'Italia e saluta con una lettera bambini, ragazzi e genitori. Per lui una nuova esperienza in Australia, dopo una vita passata nei Settori Giovanili

“Sono ormai tanti anni che per pura e semplice passione ho iniziato a fare “il mister”. Ormai i bambini mi chiamano così. Ho avuto il privilegio di iniziare per caso nella mia città, a Bastia Umbra, e subito ho trovato molti stimoli”. Inizia così la lettera di Roberto Fausti, che dopo tanti anni trascorsi in panchina lascia l'Italia e saluta con una lettera bambini, ragazzi e genitori. Per lui una nuova esperienza in Australia, dopo una vita passata nei Settori Giovanili.

“Stare con i ragazzi e in qualche modo provare a trasmettergli quella passione che ho sempre avuto fin da bambino, è veramente molto eccitante; aspettavo con ansia settembre per ricominciare con un nuovo gruppo oppure con lo stesso dell’anno precedente. Quella passione che a volte non tutti capiscono, come quando mangi la nutella e poi pensi “dai, la mangio senza pane che così non fa male”, poi alla fine finisci il barattolo e non vedi l’ora che mamma te la ricompra... Non si può smettere di mangiare la nutella”.

“Ho iniziato a giocare a pallone dalle suore, poi nei campetti di tutta Bastia e ancora in una scuola calcio, quella della mia città, incoraggiato da mio padre e da mio zio, ex calciatore del Perugia, nonostante le mie discutibili qualità. Quando si facevano le squadre non ero mai uno dei primi che i capitani sceglievano, io questo lo sapevo e non è che mi importasse più di tanto. Quando poi diventi educatore tutto cambia, diventa molto più bello: sì, è vero, non è facile stare tutti i giorni con tanti bambini con caratteri e qualità diverse, ma questo ti arricchisce e ti fa ricordare di quei valori che erano anche dentro di noi da bambini, ma spesso dimenticati nel tempo. Nascono dei rapporti inimmaginabili, soprattutto quando ti leghi a squadre e a società per diverso tempo, società che credono in te, non solo per le tue qualifiche o per gli attestati, ma perché vedono in te la persona giusta per quei bambini. Gli stessi che ti fanno arrabbiare, litigare, sorridere, gli stessi che ti rendono felice: ho messo questo aggettivo per ultimo perché è il più importante, la felicità nel vederli crescere, rispettare le regole, giocare, esultare dopo un gol, piangere dopo una sconfitta, sorridere alle mie battute e quando li chiamo con nomi diversi, tutto questo è pura gioia per me”.

“Ho visto proprio di tutto in questi anni, bambini bravi e meno bravi, il bambino scarso non esiste, esiste solo per quei mister che allenano solo per loro stessi, per vincere e farsi ricordare per questo. E io non ho mai aspirato a questo. Ho visto bambini che volevano fare i portieri e poi gli attaccanti, ho visto gli attaccanti che volevano fare i portieri perché gli stessi non paravano bene, ho visto bambini che volevano fare i portieri ma poi dicevano: non posso perché papà vuole che faccio l’attaccante e poi in porta mi faccio male. Ho visto portieri che prendevano gol perché chiamati dai loro genitori, oppure perché magari guardavano gli aerei che atterravano a Sant’Egidio”.

“Ho visto durante le partite bambini raccogliere le margherite, difensori salutare i nonni, mentre l’attaccante avversario andava a fare gol, ho visto bambini fermare la palla con le mani quando un compagno avversario si era fatto male, ho visto bambini far gol nella loro porta, ho visto un bambino esultare, cadere e rompersi il polso. Ho visto bambini che non volevano entrare perché credevano di essere scarsi. Ho visto un bambino fare gol dopo 4 anni di calcio sempre da attaccante e non esultare dicendomi: mister, non so come si fa. Ho visto molte cose tante, di tutti i colori, perché il calcio è fatto di colori...

“Ma quello che ho sempre cercato di fare - oltre ad insegnare calcio - è stato educare, correggendo i bambini anche nei loro comportamenti sia dentro che fuori dal campo, ma soprattutto ho cercato di far tornare a casa vostro figlio felice di aver passato un'ora di divertimento con i suoi compagni e il suo burbero mister, sperando che un giorno loro possano ricordare che nel calcio prima di tutto conta divertirsi”.

“Poi in ogni caso è sempre possibile che un figlio possa lasciare lo sport che ha amato per tanto tempo, per passare magari ad altri sport, perché si è accorto di non essere più all’altezza, o magari perché vuole dedicarsi di più allo studio. Di fattori ce ne sono e ce ne saranno tanti, ma loro si accorgeranno da soli; e finché torneranno a casa con il sorriso e vi diranno di essersi divertiti, lasciamogli continuare questo bellissimo sport. A voi genitori dico di sostenerli, di incoraggiarli e in qualche modo aiutarli, perché i vostri figli vi mostreranno sia gioie che dolori, lasciateli che siano da soli a scegliere quello che vogliono fare da grandi.

“Ho in questi anni tanti ricordi belli, ma vi assicuro che non dimenticherò mai i sorrisi e gli abbracci sinceri dei vostri figli a volte anche senza motivo durante un allenamento, stringermi come se volessero ringraziarmi di averli fatti sentire importanti, anche per soli 5 minuti. Vedere i bambini che fanno di tutto per salutarti quando ti incontrano per strada per poi magari timidamente ritirarsi dietro la gonna della mamma, questo mi fa pensare che non esiste un figlio “scarso” anche se non riescono a toccare mai una palla, anche se la corsa più veloce la fanno per correre a fine partita dai propri genitori, anche se in campo dovessero perdere tutte le partite”.

“Cosa c’è di più bello di vedere un figlio felice anche senza aver toccato una palla? Cosa c’è di più emozionante dei bimbi che si abbracciano dopo un gol del compagno come se fosse suo? Cosa c’è di più bello di un bimbo che indossa la maglia del suo beniamino, sognando un giorno di poter giocare nella sua squadra del cuore? Non ho mai allenato un bimbo “scarso”. Ho cercato sempre di scoprire il meglio di ogni bambino che mi viene affidato. Vedere come si illuminano gli occhi di un bimbo che calcia un pallone in porta, vedere la smorfia di fatica e la soddisfazione di un portiere che ha appena sventato un gol, mi induce a pensare che i miei bimbi sono tutti campioncini.

Spero che questa mia passione non finisca mai, vorrei continuare all’infinito come una puntata di Hollj e Benji, e spero lo facciano anche i vostri figli…Grazie per l’affetto che ho ricevuto in questi bellissimi anni da tutti voi”.

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