Lettera ai tempi del coronavirus | "Le Poste non possono aver la pretesa di dettare le regole in piena emergenza"

Riceviamo e Pubblichiamo una lettera di una lettrice sulle chiusure e ridizione degli orari degli uffici postali ai tempi del coronavirus

Magione, ufficio postale

Riceviamo e Pubblichiamo una lettera di una lettrice sulle chiusure e ridizione degli orari degli uffici postali ai tempi del coronavirus.

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di Umberta Mesina

Egregio direttore,

stamattina mia madre si è recata a prendere la pensione all’ufficio postale (era il suo turno, lettera C) e l’ha trovato chiuso. Posso pensare a vari motivi, buoni e cattivi, per la chiusura, ma il punto non è questo. Il punto è che nessuno s’è degnato di avvisare che gli uffici dei piccoli paesi sarebbero stati chiusi. Anzi, il contrario: non mi ero informata su eventuali chiusure proprio perché era stato detto chiaramente che gli uffici postali sarebbero rimasti aperti, e la notizia secca sottintende “aperti secondo gli orari consueti”.

Il nostro normalmente è aperto ogni mattina. Chi abita davanti all’ufficio postale, l’avrà anche saputo, che era chiuso; ma in Umbria e in Italia c’è moltissima gente che non abita nei centri urbani e le cose vanno dette e fatte sapere il più possibile.

Mi paiono evidenti tre punti:
1) che siamo uscite di casa per niente;
2) che limitare il numero di uffici aperti aumenta l’accesso agli altri uffici, invalidando lo scaglionamento deciso a livello nazionale;
3) che le Poste, non so se a livello locale o dovunque, si ritengono superiori al resto del Paese, visto che fanno come vogliono (e senza avvertire) proprio quando a tutti è chiesto di non fare come ci pare.

Vorrei chiarire questo: io sono veramente fiera di come la maggior parte di noi si sta comportando. Siamo chiaramente migliori di quanto siamo soliti dipingerci. Chi sgarra va punito duramente proprio perché i più non stanno sgarrando, oltre che per il rischio che porta, naturalmente. Una cosa però bisogna che si capisca: i sacrifici li dobbiamo fare tutti quanti.

Il sacrificio chiesto a me è quello di non uscire di casa. A un dipendente delle Poste, invece, è stato chiesto di andare a lavorare, così come ai dipendenti dei supermercati e agli edicolanti. Queste, anzi, sono tutte persone che dovremmo proporre al Presidente della Repubblica per una menzione d'onore: perché è facile capire che medici e infermieri sono eroici, ma non è che una cassiera o un edicolante siano meno eroici, o un benzinaio o un camionista o un dipendente delle Poste o chi fa le pulizie negli ospedali (di questi, non so com’è, non si parla mai), quando continuano a fare il loro lavoro e ci consentono di continuare a vivere civilmente. Non viviamo in un sistema economico che consentirebbe di sospendere qualunque attività, anche se qualcuno si illude di sì; e molti non hanno nemmeno case abbastanza grandi da fare scorte di cibo per due settimane.

In una situazione del genere, le Poste non possono aver la pretesa di farsi le regole da sé. Ed è tanto peggio che adottino scuse come “non volevamo far prendere freddo alle persone anziane” (m’è capitato di sentire anche questo). Le persone anziane non sono stupide, lo sanno da sole quando è il caso di uscire e quando no, senza che un qualche dirigente postale le usi come scusa per i suoi interessi.

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