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Cronaca

Lavoratori stranieri sottopagati e sfruttati nei campi, due a processo per caporalato

I braccianti erano stati reclutati tra le persone ospitate nei centri di accoglianza per rifugiati e richiedenti asilo

Lavoratori in nero reclutati tra i migranti ospiti delle strutture di accoglienza e mandati nei campi del Perugino e dell'Alto Tevere. Dodici ore di lavoro per pochi euro, senza garanzie previdenziali né di sicurezza. Per la Procura di Perugia si tratterebbe di caporalato e sfruttamento di lavoratori.

Ed è questa l’accusa che ha portato davanti al giudice del Tribunale penale di Perugia due persone, dirigenti di una cooperativa sociale di Perugia che tra la fine del 2019 e l'inizio del 2021 avrebbero reclutato nelle strutture di accoglienza 31 richiedenti asilo per farli lavorare in decine di aziende agricole del nord dell'Umbria. I migranti, sotto pagati e costretti a lavorare in condizioni disumane, sarebbero stati minacciati tramite il ritiro dei documenti di permanenza in Italia come rifugiati o richiedenti asilo e anche indotti a pagare 500 euro per poter regolarizzare la loro posizione.

L’indagine era scattata dopo la denuncia di un gruppo di stranieri , letteralmente fuggiti da una delle aziende in cui lavoravano, dormendo anche all’interno di magazzini e stalle.

Due di loro si sono costituiti parte civile con l’avvocato Francesco Di Pietro. Anche la Flai Cgil si è costituita parte civile.

La Procura di Perugia contesta ai due imputati l’utilizzo di “manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso aziende agricole … in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori” e violazioni della normativa dell’orario di lavoro, con retribuzioni “in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali”.

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