La Storia di Perugia di Marco Saioni | Anno 1870. Il Giudice: "Perchè così tante coltellate?" "Perchè non era morto bene"

Marco Saioni riporta alla luce un antico fatto di cronaca registrato dalle gazzette di allora a Perugia

Una nota inconsueta per quel quotidiano locale, versato perlopiù al racconto di fatti economici e amministrativi. Ma nell’edizione del 21 aprile 1870 se ne esce con un commento sull’ennesimo fatto di sangue. E’una collettività post unitaria con tassi di analfabetismo superiori all’80%, quella perugina. Certo è anche l’anno in cui il professor Vermiglioli, titolare della prima cattedra di archeologia in Italia, pubblica il suo quarto tomo sui monumenti etruschi. Ma a fronte di una risicata fascia abbiente, la grande maggioranza di operai, contadini e artigiani tirava a campare, stipata in case insalubri dal fitto oneroso e prive di servizi igienici. Ci si arrangiava, se il lavoro dava di che vivere, altrimenti toccava smaltire la miseria emigrando.

Ad attenuare la sventura di esistenze grame concorreva il vino, quello dozzinale delle osterie, che sapeva di spunto, lesto a convertire in aceto. Una vera piaga sociale, puntualmente registrata dalle cronache per decenni. E’dunque spesso l’alterazione mentale per ubriachezza ad innescare dinamiche aggressive dagli esiti imprevedibili. Ai giovani, benché non ancora allenati a morire, per la guerra c’è ancora tempo, il vino dava voglia di rissa.

Il menzionato quotidiano si produce dunque in un’appassionata analisi sul presupposto della “triste facilità con cui sembra oggi ricorrersi alla minaccia violenta e al coltello per dirimere le più meschine contese”. Da cui la proposta di limitare drasticamente le festività, in concomitanza delle quali sembrano verificarsi i reati violenti per effetto delle smodate bevute. Altri rimedi, concede il redattore, vanno ricercati in “una più diffusa educazione” e una maggiore severità poiché “le leggi con cui certi atti violenti vengono repressi sian troppo miti”. Per cui tale sostanziale impunità “non può essere che fatale eccitamento alla facile ira, allo scoppio di subite passioni, agli atti violenti”. Come quei due. 

Il più giovane ci sapeva fare e la partita a sassetto finì con il maggiore sotto di nove soldi e i denti del vincitore affacciati in una risata. Da buoni amici ripresero la strada di casa. Poi quel lampo di lama e un guizzo felino. Neanche si accorse del gesto. Una fitta al collo dovette sentirla, l’altra, forse di meno. Il coltello a serramanico affondò nelle vertebre e toccato il midollo, gli sciolse le gambe e la vita. Non ne fu persuaso il suo assassino che infierì nel torace per venti volte ancora. Poi gli frugò nelle tasche e ne trasse i nove soldi. Un fantoccio di sangue e polvere. Il fosso era lì. Un breve rotolo e lo lasciò stare. Se ne tornò a casa come niente.

Al processo si rischiò una guerra di perizie ma la confessione spontanea vanificò tutto. Quando il Presidente chiese il motivo di tutte quelle coltellate si sentì rispondere: “Perché non era morto bene”. Indubbiamente qualche nesso con l’attualità è possibile coglierlo, anche se gli attori si muovono dentro scenari imparagonabili. La violenza di allora era preideologica, a suo modo pura, scaturita da un mix di miseria, ignoranza e tasso alcolico. Nessun modello da imitare. Niente da dimostrare.

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Attenzione. Le analogie riscontrabili tra il passato ed oggi non autorizzano alcuna attenuazione dell’orrore per il massacro di un ragazzo per via di consolidate tradizioni. Solo riscontrare come l’ignoranza, l’alterazione percettiva, il deserto di valori conducano quasi sempre ad esiti feroci e criminaloidi. Ieri come oggi.

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