La sanità umbra stupisce il mondo: c'è la terapia per arginare ictus e infarti

L'importante risultato è stato pubblicato su L'Hypertension, l'organo ufficiale dell'American Heart Association, la principale associazione cardiologica mondiale

Ci sono voluti 20 anni di studi, 53mila pazienti monitorati e lo studio incessante di altre ricerche internazionali, ma alla fine i protagonisti della sanità umbra hanno stupito ancora una volta il mondo individuando i giusti valori per contenere ipertensione arteriosa, na delle più diffuse condizioni patologiche nella popolazione di tutto il mondo che è uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare, spesso causa di infarto miocardico e ictus cerebrale. L'importante risultato è stato pubblicato su  L’Hypertension, l’organo ufficiale dell’American Heart Association, la principale associazione cardiologica mondiale. 

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Lo studio è stato condotto dal dottor Paolo Verdecchia, direttore di Medicina all’ospedale di Assisi della USL Umbria 1, in collaborazione con i dottori Gianpaolo Reboldi del dipartimento di Medicina dell’Università degli Studi di Perugia, Fabio Angeli della Cardiologia dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia e Giorgio Gentile del Royal Cornwall Hospital in Gran Bretagna.
 
“Sapevamo da molti anni - commenta il dottor Verdecchia - che la terapia dell’ipertensione arteriosa riduce il rischio di ictus cerebrale, di infarto cardiaco e di altre gravi complicanze cardiovascolari e renali. Tuttavia, medici e pazienti restavano perplessi su punto molto importante: di quanto dobbiamo ridurre la pressione arteriosa? Al raggiungimento di  quali valori di pressione dobbiamo ritenerci soddisfatti e per quali valori dobbiamo invece intensificare la terapia?”.
 
Alcuni studi pubblicati negli ultimi anni avevano infatti suggerito che non è sufficiente tenere i valori di poco inferiori ai 140 mmHg per la pressione massima (sistolica) e ai 90 mmHgper la pressione minima (diastolica), come a lungo si è creduto, ma è importante raggiungere valori pressori ancora più bassi allo scopo di ridurre in misura maggiore il rischio di ictus, infarto cardiaco e tante complicanze cardiovascolari. Tra i più importanti, lo studio italiano  ‘Cardio-Sis’, concepito e coordinato proprio in Umbria e pubblicato nel 2009 sulla rivista Lancet, i cui risultati sono stati recentemente confermati anche da uno studio del National Institute of Health nordamericano.
 
“Alla luce di tutti questi studi - spiega il dottor Verdecchia - abbiamo condotto un’analisi sui dati di oltre 53mila pazienti, raccolti in oltre 20 anni di lavori scientifici, che ha chiarito definitivamente che la pressione arteriosa dovrebbe essere ridotta in misura più intensiva di quanto facciamo oggi, cioè a livelli almeno inferiori ai 130/80 mmHg. Ciò comporta una riduzione del 20% del rischio di ictus cerebrale e del 15% del rischio di infarto, rispetto al raggiungimento di valori pressori più alti. Naturalmente – aggiunge Verdecchia – la terapia dovrà essere attentamente adattata al singolo paziente, scegliendo farmaci anti-ipertensivi efficaci e ben tollerati che non causino ipotensione o altri effetti indesiderati soprattutto nei pazienti fragili ed anziani. Inoltre, dovremmo sempre cercare di convincere i nostri pazienti dell’importanza di adottare corretti stili di vita legati a riduzione del sovrappeso, abolizione del fumo di sigaretta, attività fisica regolare e riduzione del consumo di sale”.

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