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INVIATO CITTADINO Quel mecenatismo musicale perugino… quasi sconosciuto

Si tratta di tesori la cui esistenza va portata alla conoscenza e all’ammirazione della città. Merito della musicologa Bianca Maria Brumana

Quel mecenatismo musicale perugino… quasi sconosciuto. Si tratta di tesori la cui esistenza va portata alla conoscenza e all’ammirazione della città. Merito della musicologa Bianca Maria Brumana aver puntato i riflettori sul fondo di spartiti e strumenti musicali che fa capo alla famiglia Degli Oddi, e oggi in mano alla Fondazione Marini Clarelli Santi.

La preziosa indicazione fu fornita, qualche anno fa, dall’archeologa Simonetta Stopponi e l’iniziativa prende oggi rinnovato impulso per volontà della presidente  Giovanna Giubbini e della curatrice scientifica Laura Zazzerini. La conversazione viene proposta proprio nella sala musicale, al pianterreno del palazzo Degli Oddi, con la relatrice che spiega le figure delle Muse, affrescate nella greca delle pareti ed effigiate con vari strumenti musicali. Su un tavolo (foto) stanno esposti tre strumenti d’epoca, alcune partiture, accompagnate da un piccolo e prezioso inventario delle stesse.

“Il contatto con Barbara Marini Clarelli fu piacevolissimo” riferisce la musicologa dello Studium perusinum. “Trovai i materiali curatissimi, disposti in modo ordinato. Per cui mi fu facile studiarli e catalogarli”. L’esito di quella ricerca sarebbe stato poi pubblicato sulle pagine del Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, allora presieduta da Attilio Bartoli Langeli.

Destinatario di gran parte di quelle arie era Angelo Degli Oddi, nobile ed ecclesiastico del secondo Settecento, che amava cimentarsi nel ruolo di basso. Il fondo copre gli inizi del Seicento e si dilata a fine Ottocento e inizi Novecento. Il materiale include 87 manoscritti e due stampe. Si tratta di arie e di sole due opere complete. Sono inclusi tra gli autori anche gli amatissimi Cimarosa e Paisiello. Le edizioni sono talvolta precedute da dediche, composizioni encomiastiche e da motti come “tutum me insignia reddunt”, a indicare la protezione con l’aggiunta dello stemma di famiglia. Un patrimonio di storia e di cultura, degno di essere portato come fiore all’occhiello.

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