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Moria di pesci nel Tevere, il giudice assolve gli ambientalisti che definiscono la distilleria come "ecomostro" e "bomba"

Condannata per lite temeraria la distilleria di Ponte Valleceppi: uso di linguaggio colorito, ma tutelato dal diritto di critica e di cronaca

Lite temeraria e condanna a risarcire le persone che aveva portato in causa per dichiarazioni ritenute lesive della reputazione della società.

È l’ennesimo capitolo giudiziario che vede opposte le “Distillerie G. Di Lorenzo” e persone che avevano guidato proteste e manifestazioni denunciando la pericolosità del sito. La società, difesa dagli avvocati Margherita Gatti e Francesco Falcinelli si era rivolta al Tribunale di Perugia perché riteneva “leso l’onore e la reputazione della società attrice” a seguito di “denunce, esposti, manifestazioni, interviste e dichiarazioni rilasciate agli organi di informazione” da Franco Granocchia, difeso dall’avvocato Massimo Perari, e Anna Rita Guarducci, difesa dall’avvocato Emma Contarini, a seguito della moria di pesci avvenuta nel Tevere a Ponte San Giovanni, nell’agosto del 2008. Le due persone citate, all’epoca, rivestivano la posizione di esponente di Italia dei Valori e presidente di Legambiente.

Secondo la distilleria, una “tra le maggiori d’Italia”, gli impianti sarebbero sempre stati aggiornati “alle esigenze della sicurezza con investimenti di notevole entità, sì da conseguire le certificazioni sulla qualità l’ambiente e la sicurezza” e che Granocchia e Guarducci “avevano mostrato un particolare accanimento nei confronti dell’attività della società”. Quanto alla moria dei pesci (il 6 maggio del 2015 è intervenuta la condanna in primo grado) la distilleria aveva lamentato che i due soggetti chiamati in giudizio avevano addebitato “la responsabilità dell’accaduto alla Distilleria, organizzando manifestazioni di protesta e rilasciando dichiarazioni inesatte ai giornali” e rilasciato dichiarazioni che insinuavano “dubbi sull’idoneità e la sicurezza degli impianti della Distilleria, prospettando rischi di deflagrazioni e di crolli, eventualmente tollerati dalle autorità, definendo l’intero impianto un ‘ecomostro’, che versava in un pessimo stato di conservazione, arrivando ad addossare alla società la moria dei pesci, circostanze, tutte, contestate e non rispondenti al vero”.

Davanti al giudice civile sono state ricostruite con documenti e prove testimoniali le vicende del 2008. E il magistrato pur riconoscendo l’uso di parole forti come “ecomostro”, “bomba”, ha ritenuto che tali “dichiarazioni” erano state rilasciate allo “scopo di richiamare e far ritornare l’attenzione” delle autorità sui rischi dell’impianto (inserito nel piano di protezione civile e di rischio ambientale dal Comune di Perugia).

Per il giudice sarebbe stato esercitato il diritto di critica, con il quale “ognuno manifesta la propria opinione, che non può pertanto pretendersi assolutamente obiettiva; essa può essere esternata anche con l’uso di un linguaggio colorito e pungente, purché non leda l’integrità morale del destinatario delle osservazioni”. Sempre per il magistrato “l’aver parlato di ‘ecomostro’ con riferimento alla struttura, l’averne definito ‘pessimo’ lo stato di conservazione o ‘nauseabondi’ gli odori provenienti dalla stessa non sono circostanze che non possono essere ritenute lesive dell’onore e della reputazione della società” e “al di là del riferimento alla distilleria quale ‘bomba’, altro non fanno che invocare la predetta delocalizzazione; anzi, a ben guardare, destinatario della critica contenuta in tali dichiarazioni più che la società sembra essere il Comune, accusato di ‘nicchiare’ un po' sulla possibilità di spostamento della struttura”.

Ritenendo rispettati, quindi, sia il diritto di critica sia quello di cronaca, il giudice ha rigettato la domanda di condanna della distilleria e quella di risarcimento per lite temeraria, condannando la stessa a pagare le spese processuali e di difesa dei due convenuti.

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