Cronaca

Ferito gravemente dal compagno di battuta al cinghiale, tre anni di calvario per ottenere il risarcimento

Il cacciatore ferito non ha voluto più partecipare alle attività sociali del circolo perché si vergognava ad uscire, vive nell'ansia per le immagini dell'incidente

Ferito gravemente dal compagno di battuta al cinghiale, deve lottare per anni in ospedale per recuperare salute e mobilità e poi in tribunale per ottenere un risarcimento dalle compagnie assicurative dell’associazione venatoria che aveva organizzato la giornata e da quella del collega cacciatore.

È la storia di un uomo, assistito dall’avvocato Francesco Maiorca e dall’agenzia infortunistica Grifo, rimasto ferito durante una battuta di caccia al cinghiale al confine tra Umbra e Toscana. Dagli accertamenti dei Carabinieri, l’uomo era “posizionato regolarmente nella sua posta” e in quella alla sua destra c’era il cacciatore che poi l’avrebbe ferito.

Secondo il racconto dei testimoni “alla vista di un cinghiale” quest’ultimo esplodeva “un colpo a palla e dopo pochi attimi che aveva sparato” sentiva il vicino di posta che “diceva di essere stato ferito”. Per sua stessa ammissione il feritore capiva di aver ferito il compagno di battuta: “Personalmente nel tentativo di colpire il cinghiale che veniva dalla mia destra, ho esploso un colpo. Dopo pochi attimi che io avevo sparato. Ho sentito il ... che si lamentava e … mi sono adoperato per i soccorsi del caso”.

L’uomo veniva portato in ospedale con “lesioni viscerali multiple, con proiettile a livello della fossa iliaca destra. Vista la instabilità dinamica, veniva portato presso la sala operatoria dove si sottoponeva a emicolectomia sn, resezioni ileali multiple e a confezionamento di ileostomia di protezione in fianco destro per peritonite stercoracea derivante da lesioni viscerali da colpo di arma da fuoco”. Lesioni gravissime che hanno portato a conseguenze irreversibili.

Anche a livello psicologico il ferito presentava “un disturbo acuto da stress con conseguente intrusioni di immagini e di pensieri inerenti l’incidente” e “moderate recriminazioni e sentimenti di rabbia non esplosiva” nei confronti del feritore.

Mesi di ospedale, di cure e di certificati, non bastavano alle assicurazioni che non “hanno mai risarcito il danno o formulato un’offerta congrua”. Per l’uomo la vita è cambiata completamente: ha smesso di praticare la caccia, non è più andato a cene o serate associative, dopo gli interventi ha detto agli amici “di non avere più voglia di uscire e di farsi vedere al circolo, poiché prova vergogna per le sue condizioni fisiche” e vive nell’ansia provocata dal ricordo dell’incidente.

A tre anni dai fatti, il giudice civile del Tribunale di Arezzo (per competenza territoriale) ha riconosciuto il diritto al risarcimento per il cacciatore ferito.

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