IL PERSONAGGIO - Passa sotto colpevole silenzio la ricorrenza dei 15 anni dalla morte di Claudio Spinelli: ecco perchè ricordarlo

Tra qualche anno, pochi  ricorderanno chi era e quanto ha fatto per la città questo immenso personaggio. L’Accademia del Dónca  lo aveva individuato e prescelto come suo “nume tutelare” per la poesia

Domani, 4 dicembre, saranno 15 anni esatti dalla morte di Claudio Spinelli, massimo poeta nella lingua del Grifo. Perugia e la cultura cittadina lasciano passare questa fondamentale ricorrenza nell’indifferenza generale. Tra qualche anno, pochi  ricorderanno chi era e quanto ha fatto per la città questo immenso personaggio. L’Accademia del Dónca  lo aveva individuato e prescelto come suo “nume tutelare” per la poesia.  Sul piano letterario, la pagina del massimo autore nella lingua d’Euliste costituì un parametro costante dell’Officina del dialetto, i cui membri hanno pubblicato una vasta serie di volumi di poesia, sempre richiamandosi a quel paradigma esemplare.

Allo scadere del decimo anno dalla scomparsa, la Perugia orgogliosa e identitaria (nella persona di chi scrive) si adoperò per fargli intestare una via, a fianco del liceo ginnasio “Annibale Mariotti”. Qui c’era via dell’Arco, una stradina che si affaccia su San Francesco al Prato. Claudio Spinelli aveva abitato in questa via per circa un ventennio e qui, lui e la sua famiglia, sebbene di modesta condizione, avevano salvato dalla morte per fame (il padre, Dante, era fornaio e pasticcere) alcuni prigionieri, rinchiusi dai tedeschi in quella scuola.  Da via dell’Arco, Claudio raggiungeva la soprastante via del Verzaro dove s’incontrava con Guglielmo Miliocchi, repubblicano e antifascista, che tanta influenza ebbe nella sua formazione politica, civile e culturale.

L’intestazione al suo nome di quella strada, dove Claudio aveva giocato da ragazzo, al Poggio, rivestì un forte significato identitario. E Perugia gioì a quella notizia. Ma, oltre alla figura dello Spinelli privato, vale la pena di ricordare l’uomo delle istituzioni. E almeno in questa veste il Comune e la Regione avrebbero dovuto organizzare un’iniziativa, spendere una parola. Lo faranno, forse, domani, presi alla sprovvista e stimolati da questa nota.  Infatti – come figura pubblica – il grande Claudio fu, nel fecondo periodo dagli anni Settanta ai Novanta, segretario regionale della Uil, presidente Eca (Ente comunale assistenza, che forniva pasti e sollievo ai meno abbienti, agli emarginati, ai diseredati).  Fu presidente del Sodalizio San Martino, presidente dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” in un momento di grave difficoltà, quando si puntava ad una statizzazione quasi impossibile.

E ancora, tra l’altro, rivestì le cariche di presidente del Comitato Regionale dell’Inps, consigliere regionale PRI, presidente del Consiglio Regionale dell’Umbria, assessore regionale all’Agricoltura, segretario nazionale pensionati Uil. Fu anche – spigolatura poco nota – sindaco di Torgiano, ma solo per pochi minuti perché non accettò quella nomina. Da semplice maestro elementare, disponeva di una cultura ampia e profonda, condita di umorismo sornione, tutto perugino. Pochi sanno che ebbe anche un incarico nel settore sanitario-assistenziale, come ricorda nel suo memorabile pezzo “Quando la Mutua stéva pel Roscetto”.

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In suo onore istituimmo un premio di poesia. Lo abbiamo ricordato, in tante occasioni, con Filippo Timi, Enrico Vaime e tanti perugini sparsi per le strade del mondo. Abbiamo cercato di tenerne viva la pagina con reading e proposte che hanno sempre trovato la piena approvazione della famiglia: i figli Daniele e Fabiana, la moglie Olga, il fratello Nello, i parenti e gli amici. È doloroso constatare come, ormai, anche le figure che hanno degnissimamente rappresentato la città vengano sommerse dall’oblio del tempo e dalla superficialità di uomini “in tutt’altre faccende affaccendati”.

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