menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay

L’Intervista “Ho rischiato di morire ma ho vinto la battaglia contro l’anoressia”

In occasione della Giornata nazionale contro i disturbi alimentari, PerugiaToday ha raccolto la toccante testimonianza di una giovane donna e della sua più grande battaglia. Tornare alla vita dopo aver vissuto l'inferno dell'anoressia

Il 15 marzo, in occasione della Giornata Nazionale contro i Disturbi del Comportamento Alimentare, PerugiaToday ha voluto raccogliere la preziosa testimonianza di chi ha sconfitto un male subdolo, infernale: l’anoressia. Una battaglia che racconta un cammino difficile ma possibile, per tornare poco a poco alla vita. Un messaggio di forza e di speranza che testimonia come si possa uscire dal dramma di queste patologie, affidandosi alle cure di esperti, come ci racconta Sara (nome di fantasia), voce di una giovane ragazza di 24 anni che è arrivata a pesare 28 kg. E del suo lungo percorso verso la guarigione. Una riflessione sul coraggio e la voglia di vivere. Perché le grandi battaglie sono fatte per essere vinte.

A che età hai iniziato ad avere i primi disturbi alimentari?

“Avevo 16 anni, ero una ragazza che praticava sport, andava in  palestra, si allenava. Eppure non vedevo risultati nella forma fisica. Chiaramente il mondo dello sport non mi ha influenzato, i disturbi alimentari sono solo la punta dell’iceberg di un malessere interiore che viene riflesso nel cibo. Ma è da lì che ho iniziato a perdere il controllo. Ti illudi di averne, rifiutando il cibo. Ma è solo un’apparenza”.

Che sensazione ti dava rifiutare il cibo?

“Onnipotenza. Dimostrare a me stessa che potevo non mangiare per sopravvivere mi instillava un delirio di onnipotenza incredibile. Era un delirio, ma non mi rendevo conto. Nascondevo la pasta nei calzini, ovunque, pur di non mangiare ed era estenuante, ma la sensazione di sentirmi forte senza nutrirmi era più forte di tutto”

La vita diventa un’ossessione. Ricordo che quando avevo bisogno di camminare e fare qualche km, soppesavo quella quantità minima di cibo che mi avrebbe permesso di affrontare la camminata. Dovevo avere il controllo su tutto”.

È stata un’ascesa rapida il tuo rifiuto per il cibo?

“É stata rapida la perdita di peso, ma io continuavo a non avere paura. La consapevolezza arriva (se arriva) in un secondo tempo. Mi rifiutavo di guardarmi allo specchio ed una parte di me era convinta di andare avanti per questa strada. Poi, un giorno, una piccola parte della mia coscienza si è risvegliata. Mi stavo rendendo conto che non potevo più andare avanti così. Sono arrivata a pesare 28kg. E la lotta più dura è stata sempre quella di dovermi confrontare con due parti di me: quella ‘cattiva’ che mi spingeva verso il totale rifiuto del cibo, e quella ‘buona’, che mi spingeva a prendere consapevolezza che non potevo farcela da sola”.

Come ti è scattato questo meccanismo?

“Lo stato di depressione in cui vivevo. Non potevo godermi le cose quotidiane della vita. Per un periodo ho lasciato anche la scuola. E mi ricordo la sensazione di freddo che avevo perennemente. Un freddo che non riuscivo a placare in nessun modo. Iniziai ad isolarmi completamente dai miei coetanei, non uscivo, avevo paura di un invito a cena, avevo paura di tutto. Passavo le mie giornate a fissare il muro bianco della mia camera ed a guardare i film. L’unica cosa che mi distraeva dall’ossessione del cibo e mi teneva ‘in vita’”.

Che tipo di rapporto avevi in quel periodo con la tua famiglia?

“Hanno cercato di aiutarmi in tutti i modi, e mi sono stati sempre vicini. Ma non è stato facile per loro, soprattutto per mio padre che all’inizio non riusciva ad accettare la mia malattia. Hanno lottato molto insieme a me e quando mi sono ricoverata a Todi, a Palazzo Francisci, è stata dura non poterli vedere nelle prime settimane. Per un periodo non ci siamo tenuti in contatto nemmeno telefonicamente, volevo dimostrare a me stessa che ero lì per me e non per loro. Se devo combattere, devo farlo unicamente per me, mi dicevo”.

Come sei venuta a conoscenza del Centro Disturbi del Comportamento Alimentare Palazzo Francisci di Todi?

“Mi consigliò una mia professoressa di scuola, un giorno che andai a trovare i miei compagni. Mi parlò del Centro e del loro metodo e mi lasciai convincere. Iniziai il mio ricovero nel 2008 ma purtroppo, appena uscita, ebbi una ricaduta”.

La dottoressa che mi seguiva qua a Roma disse che non sarei arrivata a guardare l’uscita del prossimo film di Tim Burton, il mio regista preferito, e per la prima volta arrivò la consapevolezza che sarei morta presto. Nonostante desiderassi morire, l’idea che non mi sarei più goduta i miei film preferiti, o che non avrei potuto mai più viaggiare, mi diedero la spinta a ricoverarmi di nuovo. Avevo bisogno di mettere tutto in una scatola ed affidarlo a qualcun altro, da soli è impossibile uscirne”

Che tipo di cure hai ricevuto al centro di Todi?

“Amore. Non ricordo la quantità di cibo che mi somministravano, non ricordo quante volte mi pesavano, non ricordo nulla di tutto ciò. Ricordo le cure e le attenzioni, l’approccio umano e familiare degli operatori. Ti racconto un episodio. Vedendo il mio corpo ed il mio peso riprendersi, avevo deciso di non lavarmi e di non vestirmi più. Una delle operatrici del centro mi disse di non preoccuparmi, che mi avrebbe lavato e vestito lei. Il senso di affidarsi a qualcuno, è stata questo il mio percorso di guarigione. È stato comunque fondamentale il contributo di ognuno di loro, come le parole della filosofa del centro che  mi ha insegnato a scegliere da che parte stare”.

Dopo l’ultimo ricovero, come sei stata?

“Non ho avuto più ricadute. Al Centro mi hanno insegnato a forgiare le armi, a riconoscere i campanelli di allarme, ma soprattutto con loro sono tornata alla vita. È stato lungo e difficile riabituarmi al cibo, ai sapori, alla vita. Ma ormai avevo iniziato a capire da che parte stare. Non volevo più annullarmi, ma affidarmi”.

Come stai affrontando ora la vita?

“Sono quattro anni che sono tornata a vivere la mia vita. Ora la mia grande battaglia è combattere contro la tentazione, e probabilmente per quella ci vorrà del tempo. Ma vincere l’ossessione del cibo significa avere il controllo di se stessi ed il mio percorso è continuare a non mollare. Non voglio più negarmi nulla. Sono iscritta all’Università e quando posso viaggio. Assaporo le diverse culture e tradizioni attraverso il cibo, per assaggiare la vita. Ora so da che parte stare”.  

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

PerugiaToday è in caricamento