Omicidio Presta, sparò alla moglie con il fucile, la Cassazione: "Raffaella non l'ha provocato"

Nel ricorso avanzato dalla difesa di Francesco Rosi, reo di aver ucciso la moglie Raffaella Presta, c'è il mancato riconoscimento dell'attenuante della provocazione, rigettata dalla Cassazione. Ecco perchè

Raffaella Presta, uccisa da due colpi di fucile sparati dal marito Francesco Rosi, non lo ha provocato. Con il rigetto del ricorso proposto dalla difesa, la Corte di Cassazione ha messo la parola fine su una vicenda processuale dolorosa dove una giovane avvocatessa di appena 40 anni è stata strappata alla vita e un bambino di appena sei anni (all'epoca dei fatti) è rimasto senza genitori.

Condannato nei primi due gradi di giudizio per l'omicidio volontario della moglie, il 10 luglio scorso la prima sezione della Cassazione ha confermato i trent'anni di reclusione per Rosi. Nelle quattordici pagine con cui i giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso della difesa (avvocato Barbara Romoli), si legge: "Con riferimento alla provocazione, la Corte di Assise di appello ha disatteso l'impostazione difensiva (...). E' mancata nella condotta dell'imputato la semplice considerazione che il coniuge non era una cosa della quale appropriarsi ovvero riappropriarsi sfruttando a proprio agio le risorse finanziarie a disposizione". E ancora: "Deve pertando escludersi la descritta sofferenza dell'imputato per provocazioni indottegli dai comportamenti della Presta".

Il ricorso della difesa era impostato sul mancato riconoscimento dell'attenuante della provocazione e per l'aggravante di aver agito alla presenza del minore.  Sulla provocazione, la Corte ha escluso che si possa assegnare (in senso penalistico) la veste di provocatrice ad una donna che non solo si è sforzata di superare la forte crisi coniugale soprattutto per il bene del figlio, ma che ha subito per quasi un anno vessazioni e umiliazioni da parte del marito Franceso. Pedinata, limitata nella propria vita professionale e di relazione e infine anche percossa. 

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Anche il secondo motivo di ricorso sull'applicazione dell'aggravante di aver agito alla presenza del minore, la Corte lo ritiene infondato. Quel maledetto giorno in cui Rosi imbracciò il fucile e uccise la moglie, il piccolo si trovava nella vasca dalla bagno ma sentì i colpi, aprì la porta e si trovò in una posizione che "gli consentiva di comprendere cosa era accaduto". Il 10 luglio scorso, la condanna a trent'anni di reclusione di Francesco Rosi è diventata definitiva. 

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