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Fontivegge, la piazza "nuova" e il destino di un quartiere: siamo al trentatreesimo incontro

Niente crisi del settimo anno (di vita). E siamo al trentatreesimo incontro. Pensare che ben 4 di questi hanno avuto per protagonista il grande Vittorio Sermonti (cui va un grato pensiero), scomparso nel novembre dello scorso anno. Aula Magna di Palazzo Gallenga: “Fontivegge Piazza Nuova. Opinioni a confronto”. Chiacchierata su Fontivegge, per la serie “Che mondo saremo? Le nuove forme della civiltà”, organizzata dall’Associazione “perperugia e oltre”. Spazio di interlocuzione tra specialisti, con slide e ragionamenti recepiti anche da non addetti ai lavori. Sebbene gli specialisti siano numericamente prevalenti: architetti, amministratori di ieri e di oggi, “responsabili  e irresponsabili” dei mutamenti urbanistici e funzionali che hanno interessato questo fondamentale segmento della città, oggi in degrado. Per dirla col vecchio Gino “Tutto sbagliato, tutto da rifare”? Ma forse le cose non stanno affatto così.

Apre le danze Saverio Ripa di Meana che la canta chiara sulla nuova denominazione della metafisica piazza di Aldo Rossi. “Ce l’ho con chi ha cambiato la bella denominazione di ‘Piazza del Bacio’ in ‘Piazza Nuova’, che non dice nulla”. “Perché – spiega – il Bacio ha fatto la storia e la fortuna di Perugia, come elemento topico della realtà identitaria e produttiva della città. Perché cancellarlo?”. Impossibile dargli torto.

Anche se l’ingegner Paolo Belardi chiarisce che l’attuale denominazione è frutto di un concorso. E va bè. Ma ai perugini non piace. Anche per una questione di logica: “grande”, rispetto a che? Se prima c’era lo stabilimento Perugina, mica una piazza, per giunta “piccola”. Belardi affronta una coltissima e documentata diegesi di Fontivegge, portando documenti, indiscrezioni, retroscena, informazioni: alcune tratte dall’archivio personale di suo padre, già ingegnere capo del Comune di Perugia. Dopo 30 anni, vogliamo fare nostra questa piazza o considerarla corpo estraneo, esorcizzandone la natura “divergente”?

L’attualità del tema – dice Ripa di Meana – è legata al progetto di riqualificazione urbana e  sicurezza, approvato dalla giunta il 25 agosto scorso. Ma anche al partecipato workshop veneziano del 29 ottobre. Da questo la presenza degli assessori Fioroni e Prisco. Mosè Ricci si sofferma su aspetti che aprono il confronto di piazza Nuova e dell’urbanistica del Grifo con realtà internazionali: dall’Europa agli States.

Ma le turpitudini di Fontivegge (spaccio, prostituzione, piccola criminalità, presenze indesiderate) sono legate alla sua struttura? O non, piuttosto, al fatto che le stazioni di tutto il mondo sono porti di mare, degradati e stralunati? C’è da credere alla ricaduta del segno architettonico sul sociale? Bufale. Forse non basterà la bellezza a salvare il mondo (secondo la nota battuta del principe Miškin ne “L’idiota” di Dostoevskij). Né l’appeal delle stazioni. Il fatto è – dice Aldo Aymonino – che “non c’è urbs senza civitas”. Ossia la città non è fatta solo di muri e palazzi, ma della consapevole appartenenza dei cittadini. I quali, in definitiva, hanno bisogno ‘solo’ di tre cose: cultura (educazione e scuola), cure (sanità, ospedali, strutture) e… luoghi d’incontro. Dato che nessun uomo è un’isola, servono piazze e luoghi di aggregazione nei quali esercitare concretamente l’abitudine al confronto e all’esercizio democratico. Dove, insomma, vivere da “animali sociali”.

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