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Il grande Vaime, i ricordi degli amici: "Amava Perugia e il Lago. Durante la malattia scherzava sulla morte"

Il grande autore televisivo e scrittore ricordato dagli amici di sempre: dalle sue passioni, le sue radici a Ripa fino agli ultimi giorni quando era ricoverato al Gemelli

Enrico Vaime è un ripaiolo, la rivelazione di Lamberto Zingarini. La mamma era nata a Ripa e lì è sepolta. Lo stesso Enrico risulta battezzato in quel paese. Ce lo racconta Lamberto, attivissimo promoter del territorio del perugino. Racconta: “Ti dico con piacere di aver letto con sincero apprezzamento l’articolo che hai dedicato al nostro concittadino su Perugia Today”.

Suggerisce: “Ci sarebbero da aggiungere i suoi trascorsi ripaioli, perché qui è stato battezzato. Ho visto coi miei occhi il registro di battesimo nella soffitta della sacrestia. Qui a Ripa ha vissuto la sua infanzia e ha passato i tragici momenti della guerra, quando la famiglia venne qui da sfollata”. L’Inviato Cittadino rammenta che Enrico parlò, e scrisse, dei bombardamenti di Sant’Egidio visti dal paese.

Aggiunge Zingarini: “Alcuni anni or sono, Enrico è tornato, in occasione della riesumazione della mamma al locale cimitero. Ha salutato anche alcuni anziani conosciuti in gioventù”. Il cognome della mamma era Cicogna e Vaime ricordava spesso la figura del nonno, addetto ai servizi postali. Un ulteriore tassello che si aggiunge all’umbritudine (amore per il Lago) e alla persuasa peruginità del nostro grande concittadino. Che, sebbene trasferito a Milano e infine a Roma, non ha mai reciso le radici che così intimamente lo legavano al nostro territorio.

Una conferma, insieme a qualche struggente ricordo, mi giunge da Umberto Marini, amico di sempre. Racconta Umberto: “Ci sentivamo anche negli ultimi tempi, quando era ricoverato al Gemelli. Una volta, parlando dei nostri acciacchi e delle medicine appoggiate sul comodino, mi ha detto, col suo solito umorismo: “Umberto, ci siamo invecchiati troppo presto”. “Un’altra volta – racconta il giornalista-scrittore – eravamo a bordo piscina della sua casa di San Feliciano e parlavamo del ‘dopo’. Gli chiesi: ‘Enrico, dove andremo dopo morti?’. Mi rispose: ‘Quanto a me, voglio la strada più corta e più facile. Magari l’inferno. Sai che sono freddoloso. E poi lì ci saranno di certo signore cui non bisogna chiedere’”. Batture, cazzeggi, segni di un’amicizia profonda. Di uno spirito satirico e autoironico inestinguibile. Indimenticabile Enrico!

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