Disavventura giudiziaria per il commercialista indagato per i falsi documenti prodotti dal cliente

Condannato in primo grado e poi assolto in appello, le ricevute rifatte al computer non erano uscite dal suo studio

Commercialista marchiato come “infedele” da una sentenza di condanna (in primo grado) per aver falsificato dei documenti fiscali, risulta innocente in appello e la prova della sua non colpevolezza era già nel fascicolo processuale, ma nessuno se n’era accorto.

Il commercialista aveva preparato la dichiarazione dei redditi del cliente e l’aveva inoltrata per via telematica, con tanto di ricevuta di corretta ricezione e poco dopo aveva comunicato al cliente, con il foglio dell’Erario, quanto avrebbe dovuto pagare di tasse per quell’anno.

Passano i mesi e un giorno il commercialista riceve una visita della Guardia di finanza e la comunicazione da parte delle procura perugina che è ufficialmente indagato per aver realizzato e presentato al cliente una documentazione falsa con la quale attestava l’invio della dichiarazione dei redditi e che per la stessa non c’erano problemi. Secondo il cliente, invece, la dichiarazione non era proprio stata inviata. E per questo aveva denunciato il professionista.

Le indagini si svolgono velocemente e il commercialista finisce davanti al giudice e viene condannato.

Dopo la condanna l'uomo cambia legale e si affida all’avvocato Angelo Lonero. E nella preparazione del ricorso saltano subito agli occhi alcune incongruenze. Intanto nel fascicolo, a firma del commercialista, c’è la ricevuta dell’invio telematico della dichiarazione dei redditi e la risposta dell’Erario che è tutto a posto con indicato l’ammontare delle tasse da pagare. Un atto che contrasta palesemente con la ricevuta ritenuta falsa: non coincidono le date di emissione, non risulta copia tra gli atti del commercialista, la ricevuto fasulla sembrava uguale ad una in possesso del commercialista, per date e firma, ma relativa ad un altro cliente e, soprattutto, rispetto alla cifra indicata dall’Erario risultava pagata solo una parte.

I giudici di appello hanno tenuto conto di queste divergenze e hanno assolto il professionista. Che ha pronta una denuncia per calunnia nei confronti dell’ex cliente.

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