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Claudio Spinelli visto da Serena Cavallini

Claudio Spinelli visto da Serena Cavallini

Curiosità perugine - C'è il dialetto di "pancia", quello di "testa"..e poi c'è la poesia di Claudio Spinelli

Il dialetto può essere sommariamente considerato su due versanti: quello “di pancia” e quello “di testa”. Il che, al di là della schematicità delle definizioni – indica due diverse modalità d’approccio, in termini emotivi e culturali

Il dialetto può essere sommariamente considerato su due versanti: quello “di pancia” e quello “di testa”. Il che, al di là della schematicità delle definizioni – sempre tagliate non col bisturi ma con l’accetta – indica due diverse modalità d’approccio, in termini emotivi e culturali.

Il dialetto “di pancia” è quello della spontaneità, appartiene al monolinguismo culturale. Ossia è tipico delle persone scarsamente scolarizzate, che si esprimono nella lingua nativa: quella udita in famiglia e un tempo esorcizzata dalla scuola. Fino a un ventennio fa, diversamente da oggi, l’uso del vernacolo veniva duramente contrastato dagli insegnanti, che si riconoscevano nel compito esclusivo di insegnare la lingua nazionale. Col risultato che certi alunni, specie nelle scuole di campagna, non potendo esprimersi nell’unico codice che possedevano, erano condannati all’afasia.

Poi il monolinguismo vernacolare, grazie alla scolarizzazione di massa e all’omogeneizzazione operata dai mass-media, è stato gradualmente superato. Ma restano, specie nelle persone anziane, delle sacche di resistenza all’omogeneizzazione. Tanto che capita di ascoltare, specie negli ambulatori medici, espressioni deformate, delle più comuni patologie, che inducono al sorriso (“spinorsale” per “spina dorsale”, “torcibudello” per “appendice infiammata”, “micragna” per “emicrania”, “scioglimenti” per “diarrea”). Talora, anche le espressioni inglesi di uso corrente vengono grottescamente deformate (ticket diventa “tict”).

Anche alcuni scrittori in vernacolo appartengono a questa categoria: ma la loro espressione “di pancia” giova alla freschezza della comunicazione, che fluisce priva di artifici retorici e carica di sentimento (penso ai poeti Nello Cicuti e Gian Paolo Migliarini).  Le canzoni  del ponteggiano Giovanni Toccaceli (in arte “Roco”) hanno superato i confini regionali e nazionali. Perché questo autore – non avendo bisogno di millantare una cultura che avverte come estranea – intende riproporre uno spaccato antropologico di un mondo che non vagheggia come riproponibile, ma alla cui memoria non intende rinunciare. Non è un caso che sia amatissimo dai giovani, anche per il suo intelligente umorismo.

Il dialetto “di testa” è una forma di comunicazione, artistica e non, tipica delle persone colte. In certi casi, si tratta di una moda che tende a conferire una patina popolare all’eloquio in italiano corretto, da parte di individui ad elevato tasso di scolarizzazione. Sul versante artistico, questo registro presuppone una ricerca lessicale e storica, quando non addirittura etimologica. Esprimersi con questa velatura vernacolare può risultare un vezzo, quando non addirittura una provocazione. Ma, in molti casi, dimostra un’esibita appartenenza, un desiderio di continuità, una forma di autoriconoscimento.

I parlanti – e gli scriventi – in questa variante sono spesso professionisti della comunicazione, come docenti e artisti. Era, ed è, poesia “di testa” quella del coltissimo Lodovico Scaramucci. Anche se, in questo caso, si tratta di un registro prettamente urbano e non rurale.

Esce fuori dalle categorie suddette la poesia del massimo autore in lingua perugina: Claudio Spinelli. La sua pagina non è totalmente incasellabile nelle due tipologie sopra descritte. La lingua di Claudio Spinelli, borgarolo colto – sento di dirlo, senza timore di scadere nel banale – fluisce direttamente dal cuore.

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