Casi irrisolti - Il cipresso degli amanti sfortunati e il palazzo costruito con l'oro del brigante Cinicchia

Riemergono dagli archivi cittadini le storie di delitti passionali, amori sfortunati e ostacolati dalle famiglie, antiche leggende toponomastiche

Un cipresso, il plenilunio, una fattura e un pozzo. Messi insieme così, come un elenco, non dicono nulla, ma sono tutti elementi che inseriti in una storia raccontano delitti, passioni e tragedie che la città nasconde al suo interno, nella storia più profonda.

I testimoni della tragedia di via dei Monticelli, una traversa quasi al termine di via Eugubina, sono tutti morti. Tranne un cipresso, posizionato lì a memoria di quanto accadde ai "Romeo e Giulietta" nostrani. "Nella notte del 30 giugno del 1912, si recarono Cangenia Scotti di Assisi ed Ercole Ragnotti, figlio di un gioielliere di corso Vannucci. Avevano ventitrè anni ed erano fidanzati da otto. Bevvero insieme del sublimato sciolto nel brandy e poi si spararono".

"La disgraziata giovane - scrisse L'Unione liberale - era un caldo temperamento d'artista ed un'ottima pianista, allieva del professor Minguzzi". Verso le 14.30 del mattino, il colono Faloci Luigi di Sant'Andrea d'Agliano scorse i corpi agonizzanti ai piedi di un'edicola sacra. Cangenia morì per prima. Ercole la mattina dopo, all'ospedale. Iscritto ai Giovani liberali e all'associazione Trento e Trieste, aveva inciso di nascosto, nel laboratorio del padre, la data del suicidio sull'impugnatura della Browning calibro 7 trovata vicino ai corpi.

Lasciò scritto di essere seppellito vicino all'amata, ma invano. Il loro "era divenuto uno di quegli amori contro cui non c'è volontà che possa; che, quando urta in una di queste volontà piuttosto che spezzarsi, preferisce chiudersi in un manto sanguigno e scendere nella tomba". Ma da subito, sui giornali, si cominciò a dare la colpa della tragedia alla giovane "la quale ebbe due parenti strettissimi suicidi". Una povera storia di poveri amanti. I parenti vollero piantare questo cipresso a futura memoria" (a cura di Luciano Zeetti. Testi Mauro Pianesi e Disegni di Marco Vergoni, Perugia, altri itinerari, Ali&no editrice, 1998).

I testimoni ricordavano bene, invece, quel giovane che "alle 11 del mattino del 30 agosto 1905, scese con elastico volteggio dal suo motociclo di lusso l'elegantissimo signor Guido Casale, un piemontese capitato a Perugia da poco più di un anno. Entrò nel Caffè Vannucci tra gli inchini dei camerieri e si diresse al telefono appeso al muro, chiedendo alla centralinista il numero dell'avvocato Alessandro Bianchi, uno dei più noti penalisti italiani di quegli anni, di cui era il pupillo. Lo accopperà un paio d'ore più tardi, sembra per motivi di soldi o di donne o tutti e due insieme, durante un'eclissi di sole. Il processo occupò a lungo le prime pagine di tutti i giornali nazionali".

L'avvocato fu trovato con la gola tagliata, quasi decapitato. L'avvocato Bianchi, assisano e di umili origini, "studiò legge e riuscì oratore facondo e conobbe meglio di ogni altro l'arte di commuovere, aiutato in ciò dall'esercizio teatrale, che coltivò in età giovanile". Nel 1873 commissionò a Guglielmo Calderini il progetto di palazzo Bianchi, di fronte al teatro Morlacchi. Le malelingue dicevano che il palazzo fosse stato finanziato con l'oro del brigante Cinicchia, difeso dall'avvocato Bianchi. Casale venne condannato a 30 anni di galera.

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Un salto indietro nel tempo, infine, per riportare in vita una storia di amore e gelosia che non ebbe un epilogo tragico grazie a quello che venne creduto un miracolo della Madonna di Monteluce. "Marta di Giapeco di Nolfo, abitante presso la chiesa di santa Mustiola, amava ardentemente un Armanno, che senza apparente ragione ai 15 luglio 1351 a un trattò l'abbandonò. Passarono venti giorni e Marta era in fin di vita: al 6 del successivo agosto si sparse la notizia ch'era stata 'posta una factura sotto l'altare di sant'Andrea e il prete riteneva detta fattura e n'era pubblica voce e fama per tutta la parrocchia'; e se ne incolpò una tal Luminiccia di Vincenzo di Buoninsegna. O fosse caso o ravvedimento, l'Armanno ritornò il giorno della Madonna di Monteluce vicino a Marta morente; la quale subito riprese vita e vigore: le nozze si celebrarono e la fanciulla il dì dell'imeneo attraversò festeggiata la via. Da quel tempo si chiamò della Sposa? Potrebbe darsi" (Raniero Gigliarelli, Perugia antica e Perugia moderna, Stavolta, 1908).

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