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Domenica, 25 Settembre 2022
Cronaca

CORREVA L'ANNO di Marco Saioni | 1912- Vescovo rimbrotta ragazza per l’abito ritenuto succinto. Manifestazione sotto il vescovato con lanci di ortaggi

La porgono ai lettori come “giovinetta del popolo” di sobrio contegno, seppure dotata di argomenti difficili da evitare. L’abito, benché frugale, stentava probabilmente a contenere quell’ingorgo seducente di linee sinuose. Il rigoglio della figura di Ada in cammino era festa di passi. Un esultare di sguardi rendeva omaggio a quella fragranza impetuosa di giovinezza. Aveva scelto una camicetta di trina bianca a manica corta, buona per la cerimonia e appropriata a mitigare l’afa di quel pomeriggio d’agosto. Sarebbe stata madrina di una cresimanda. Intento a somministrare il sacramento era il vescovo di Città di Castello, Mons. Liviero, già oggetto di ripetuti attacchi da parte della componente anticlericale, allora al governo della città. Se ne contestava l’atteggiamento politicante, volto a denigrare socialisti e democratici.

Ritenuta allineata con le forze più conservatrici, la condotta della chiesa era percepita come intollerabile ingerenza. Che si attenesse alla liturgia, dunque, evitando il pulpito per i suoi proclami. Questo l’invito esplicito, anche in vista delle imminenti elezioni politiche, che grazie all’introduzione del suffragio universale, avrebbe chiamato alle urne una più vasta platea di elettori, seppure di soli maschi. Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie solo posti in piedi e una moltitudine di fedeli lessata al vapore per il caldo e la calca. Tutto però procedeva secondo tradizione. I cresimandi avevano già rinunciato a Satana e asserito di credere alla serie di precetti che la liturgia prescrive, quando, inatteso, si levò il grido del Vescovo.

Il bersaglio era proprio Ada, giovinetta del popolo, rea di abbigliamento inverecondo e per questo insultata e cacciata dalla chiesa. Vergogna e imbarazzo la mossero al pianto, dopo aver affidato a un’amica la bambina di cui era madrina. L’incidente provocò la reazione di alcuni presenti, subito insorti a difesa della ragazza, ritenuta ingiustamente umiliata. Ne nacque un acceso battibecco con il Vescovo, costretto in ritirata verso la sacrestia. Frattanto, evocati da qualcuno, approdarono in chiesa i militi della Benemerita ma essendo la ragazza ormai lontana non ebbero modo di valutare il corpo del reato.

Neanche mezz’ora dopo, la notizia del parapiglia si diffuse in città con velocità da “uozzap” . Sembra che tutti, senza distinzione di parte, biasimassero il comportamento del Vescovo, stimandolo “ingiustificato e villano”. Del resto la ragazza aveva passeggiato tutto il giorno con quell’abbigliamento, definito non certo civettuolo ma sobrio “come usano vestire le nostre graziose popolane”. La sera prevedeva musica in piazza e la folla riunita, ancora irritata per il fatto, chiese e ottenne dai musicanti l’esecuzione dell’inno di Garibaldi, quello dall’attacco horror con tombe che si scoprono e i morti che si levano. Colonna sonora che celebrava i laicissimi valori risorgimentali, propinata in sequenza ciclica per gaudio delle orecchie clericali. 

Fu benzina di note per gli animi. Si radunarono in centinaia, molte le signore, diretti al Palazzo vescovile, con loro diversi suonatori a porgere in modalità loop l’inno indigesto. Grida, forse insulti, come riferisce la stampa avversa “urli selvaggi pieni di schifose parole e di bestemmie” quelli che provenivano da “nauseanti rifiuti della città”. Fatto è che il Vescovo, insieme con alcuni religiosi, ebbe il coraggio di affacciarsi per affrontare la folla, dispensando tuttavia motteggi, forse male interpretati, comunque poco graditi ai dimostranti. Le grida divennero allora boato e un turbine di bucce di cocomero, pomodori e variegati frutti di stagione descrissero ostili parabole verso il balcone. La solerte ritirata fu opzione incontrastata.

Qualcuno, nei giorni successivi, gigioneggiando sul giornale socialista, affidò a un commento irriverente e malizioso la propria versione dei fatti. Non poteva spiegarsi, l’autore del pezzo, come lo sguardo del “pudico vescovo”, seppure intento a compiere la sacra funzione, si fosse posato, tra le centinaia di fedeli presenti, proprio sulla belloccia popolana dalle maniche corte. Probabilmente l’opera tentatrice di Satana, argomentò, poiché era inconcepibile che il Monsignore, assorto nel cresimare, avesse potuto passare in rassegna tutte le sue penitenti fino a discernere quella che con il proprio abbigliamento offendeva la casa di Dio. Schermaglie consuete in quel periodo e uno scivolone, quello del Vescovo, che si poteva evitare, anche se non intaccò il suo apprezzato ministero episcopale, denso di opere a sostegno dei più deboli, culminato peraltro nella recente beatificazione. Curiosa la valutazione della partecipazione popolare nel tumulto di piazza. Almeno cinquecento, secondo i più, un centinaio per la Benemerita. Una tradizione, anche questa, che non sbiadisce.

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