Sabato, 13 Luglio 2024
Cronaca

Correva l'anno di Marco Saioni | Perugia, 1906 - L’ingaggio di mietitori tra salari da fame e tumulti di piazza: fu caccia al padrone

Spighe assolate, lambite da tiepida brezza. I campi biondastri inducono sguardi compiaciuti per quelle promesse di pane. Tempo di mietitura, da svolgere a colpi lesti di falce, poi i legacci per farne covoni, i muli da caricare. Un rito antico che pretende fatica e sperpero di sudore, sempre chini sotto il torrido bagliore del sole. Nessun motore di trebbiatrice balbettava ancora nelle campagne perugine. Possidenti in allarme per difetto di braccia convergono in piazza a negoziare il salario tra resse di braccianti a giornata accorsi in trasferta da fuori regione. Correnti migratorie interne sospinte dal bisogno, in cerca d’ingaggio, ma consapevolmente esposte a insidie di sfruttamento. Ogni piazza e via, persino i portici della Prefettura, si racconta con sdegno, sono invasi da “gente sudicia” che con canti, grida e schiamazzi ha molestato turisti e cittadini. Così la stampa liberale salutò i migranti, già stremati per afa e gravoso cammino. Trattative febbrili, sempre al ribasso, a scapito di quella manodopera sdrucita, pronta, si reputava, a spezzarsi la schiena per niente.

Si offriva una lira contro la richiesta di sei o sette giornaliere, oltre al vitto. “mercede immeritata e usuraia” sentenziò il giornale, poiché inflitta a “coloni disgraziati come loro”. Tesi ribalda che intendeva spacciare per coloni anche i possidenti, equiparandoli, di fatto, ai salariati. Lotta fratricida, dunque, lavoratori della terra contro lavoratori della falce. Come dire, siamo tutti nella stessa barca, veniamoci incontro. Alle decise rimostranze qualcuno rispose rilanciando, in un impeto di generosità, ma sappiate che mi rovino, con l’offerta di cinquanta centesimi in più. A quel punto le reazioni mutarono in coro d’insulti, spintoni, fischi da stordire, anche minacce, seppure mai con esiti maneschi. Comprensibile, tuttavia, che quel baluginare di falci levate, da parte
di una ressa imbestialita, avesse provocato qualche sgomento. Si registrarono, infatti, fughe verso lidi sicuri come negozi e portoni. Fu caccia al padrone, talvolta raggiunto e bersagliato da solenni invettive. Tutto si svolgeva tra piazza Garibaldi e via Mazzini, a due passi da Corso Vannucci. Niente
guardie a tutelare l’ordine pubblico.

Fu solo lui, Alessandro Monteneri, ultrasettantenne ad affrontare la piazza, strappando un malcapitato a ingiurie e strattoni, “facendo scudo all’irrompente marea di quella accozzaglia di gente”. Per quanto indomito, sembra tuttavia improbabile che l’anziano Monteneri sia riuscito a contenere “l’irrompente marea” plausibilmente, dunque, non così aggressiva come fu presentata. Onore a lui, in ogni caso, ma legnate, solo verbali, alle guardie municipali che avevano assistito senza fiatare. Qualcuno intese chiedere conto ma replicarono che non era di loro spettanza, si rivolgessero alle guardie di pubblica sicurezza. Lo fecero, ottenendo una sostanziale replica della precedente affermazione “Lo dite a noi? Si ammazzino pure. Ci sono i carabinieri”. Sì, anche loro avevano visto e perché mai se ne stettero buoni? Semplice, non erano comandati, affermarono. Di rimando si eccepì sul fondamento di tale contegno. “Dunque se due persone si ammazzano voi andrete a prendere ordini dai superiori prima d’intervenire”?

La conversazione fu udita da Domenico Giugliarelli, sindaco di Torgiano, lì di passo. Ritenendo di stimolare l’onorabilità dei militari buttò lì “Così fate il vostro dovere”? La risposta fu tranciante: “per quello che ci pagano facciamo anche troppo”. Che anche i carabinieri ritenessero le rivendicazioni salariali più importanti dei compiti loro affidati fu notizia indigesta per il primo cittadino, che replicò con perfidia: “dunque siete dei parassiti” Non la presero bene e scattò l’arresto per oltraggio. Il processo per direttissima vide il Pubblico Ministero impegnato in una premessa volta a esprimere solidarietà verso i poveri mietitori sfruttati “che vengono da cento miglia lontano”. Sette giorni di reclusione, invece, per il sindaco insolente.

Il collegio difensivo, pure ammettendo che quel “parassiti” potesse evocare l’oltraggio, così in realtà non fu poiché la parola, in quel contesto fu appropriata, essendo condivisa da centinaia di cittadini, tutti indignati per il comportamento dei due militari. Una strategia ad alto tasso demagogico, secondo cui un reato, tale non è se le motivazioni che l’indussero trovano ampio consenso popolare. La sentenza arrivò in dieci minuti con l’immediata scarcerazione del sindaco.

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