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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca

Correva l'anno... di Marco Saioni | Perugia 1912, il medico Carlo Ruata e la sua battaglia contro il vaccino del vaiolo

Su posizioni opposte il collega Silvestrini, socialista, convinto assertore dell’obbligatorietà nei casi in cui la collettività fosse a rischio

Il Nostro Marco Saioni nelle sue ricerche storiche ha trovato un altro fatto poco conosciuto e risaputo. Un professore perugino tra i pioniei del discusso e discutibile mondo no-vax Fu feroce oppositore del vaccino anti vaiolo. Le cronache del 1912 lo vedono in conflitto con l'intera comunità scientifica e in dissidio con il collega Silvestrini. Notissimo anche in Europa, sarà presidente della lega internazionale contro la vaccinazione.

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Sette paginette impetuose e appassionate contro la vaccinazione obbligatoria. L’opuscolo, ormai introvabile, fu stampato a proprie spese nel 1899 e diffuso gratuitamente dal medico Carlo Ruata, stimato professore dell’Ateneo perugino. Si tratta di un esposto - ricorso contro l’ordinanza del sindaco di Perugia che obbligava i genitori a far ripetere la vaccinazione antivaiolosa, ove ritenuta necessaria, pena l’esclusione dalle scuole. Il medico, in realtà, nutriva la profonda convinzione che la vaccinazione fosse dannosa, da cui il netto rifiuto di obbligare “l’individuo a lasciarsi iniettare nel proprio sangue un liquido infettante”. Non gli difettava neanche una certa dose d’ironia, come quando in una conferenza se ne uscì con una battuta: “Se la vaccinazione fosse stata adoperata nei tempi di Erode, la strage degli innocenti sarebbe stata inutile”. Personaggio interessante però, che dedicò studi e ogni sforzo volti a dimostrare le proprie tesi in ogni contesto pubblico. A lui si deve fra l’altro l’istituzione nel 1889 del convitto-collegio per gli orfani dei medici.

Ovviamente il ricorso fu rigettato ma questo non rallentò la sua azione, come dimostrano i resoconti di stampa che per diversi mesi del 1912 avrebbero ospitato serrati dibattiti a colpi di statistiche, variamente interpretate tra il solitario Ruata, pioniere dei no vax italiani e la comunità scientifica. Scontri quasi sempre privi di ulcere da insulto, affidati al fioretto piuttosto che alla sciabola, in ragione della stima reciproca, pur nel netto dissenso. Del resto Ruata aveva anche una concezione fieramente liberale che mal sopportava l’intervento vessatorio dello stato sull’individuo. Su posizioni opposte il collega Silvestrini, socialista, convinto assertore dell’obbligatorietà nei casi in cui la collettività fosse a rischio.

Innumerevoli le conferenze e i convegni, come quello svolto a Firenze contro le tesi anti vaccino presenti in Europa. Ed è in tale occasione che Carlo Ruata, come si dice, provò a tirare per la giacchetta l’illustre clinico Raffaele Silvestrini, spacciandolo come suo sostenitore. La cosa destò un certo scompiglio nonostante le immediate smentite dell’interessato poiché, come avrebbe poi spiegato, “i miei migliori amici e colleghi mi guardavano in cagnesco e pareva mi dicessero: difenditi”. Ma le voci fiorentine arrivarono a Perugia, tanto da imporre una decisa strategia mediatica volta a chiarire i fatti per la comunità scientifica perugina, oltre che a tranquillizzare la vasta schiera dei medici condotti, impegnati in prima linea nelle vaccinazioni. Così, il giorno seguente il quotidiano “La Democrazia” ospita una lettera in cui il professore, seppure non particolarmente affetto da lusinghe di ribalta, ripropone le sue convinzioni sull’utilità e l’obbligo della vaccinazione, precisando tuttavia, che detto obbligo dovesse essere vincolato ad una garanzia dello Stato sulla qualità dei vaccini. Unico punto, questo, in comune con il collega Ruata. 

Un appello, dunque, volto ad interrompere quella pratica che consentiva l’acquisto degli stessi ovunque il costo fosse più basso possibile. Curiose, inoltre, le motivazioni addotte dal professor Silvestrini a margine della sua nota, non proprio lusinghiera verso la stampa, per cui, dopo aver ringraziato per l’ospitalità, precisa: “ho voluto spiegarmi chiaro perché i resoconti son tutti un po’traditori”. E i colleghi? Beh, se ancora non avessero capito che leggessero i suoi articoli sulle riviste scientifiche. Fine della storia. Sì ma il no vax Ruata, come in preda a fase lisergica, continua a martellare con la sua propaganda ovunque si presentasse l’occasione, tanto da far intervenire l’Ufficio sanitario del comune, costretto a diffondere i propri dati rassicuranti, citando gli oltre ventimila vaccinati dal dottor Luigi Purgotti, nipote del più noto Sebastiano, senza alcun problema. Scende in campo anche l’assessore per l’igiene che fa ripubblicare per intero il regolamento sulla vaccinazione obbligatoria, pena sanzioni e carcere per gli inadempienti.

La forte azione da parte delle istituzioni per difendere tale profilassi è anche motivata dal ritorno dei soldati dalla Libia, ove il rischio di contagio era piuttosto elevato. Insomma, una campagna aggressiva contro la vaccinazione pareva quantomeno inopportuna. Per tutta risposta Carlo Ruata interviene sulla stampa da apostolo sempre devoto al suo credo. Stavolta si firma come presidente della lega internazionale contro la vaccinazione, organizzazione nata a Francoforte, ora con sede a Perugia. Il dissenso europeo nei confronti della vaccinazione obbligatoria aveva trovato sede nel capoluogo umbro in omaggio al proprio indiscusso leader. Tale visibilità lo espose inevitabilmente ad attacchi più mirati, come quello messo a segno dal prefetto di Milano che lo denunciò, dietro segnalazione dell’ufficiale sanitario di quel comune, per attività contro le leggi dello stato.

La mossa era del resto comprensibile da parte di quella città che ebbe come primario dell’ospedale il prof Luigi Sacco, precursore della vaccinazione di massa, i cui risultati condussero all’obbligatorietà sancita nel 1888. Fu così che dai settemila decessi per milione si passò a qualche centinaio. Il processo si tenne a Perugia, ma considerata la complessiva attività di Ruata, l’avvocato Innamorati ebbe buon gioco nel delineare una linea difensiva efficace, tesa a rigettare l’accusa di istigazione a violare la legge. Prevalse dunque la tesi secondo cui l’imputato avrebbe legittimamente diffuso con onestà legittime opinioni scientifiche. Fu naturalmente assolto e continuò inflessibile a predicare il proprio verbo, anche al cospetto del re, che lo ricevette in udienza privata.

Nel febbraio del 1918 tenne la sua ultima, affollata conferenza all’Università. Un improvviso malore gli fermò il cuore qualche giorno dopo. Aveva sessantanove anni. Funerali solenni e ricordi commossi per quella testa leonina e la potente vis oratoria nel diffondere ardite concezioni scientifiche da accanito avversario della vaccinazione. Argomenti, questi, del tutto identici a quelli sostenuti dai contemporanei negazionisti. In Italia l’obbligo sarà abolito nel 1981 a seguito della delibera dell’OMS che avrebbe decretato l’eradicazione del vaiolo.

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