Cronaca

Correva l'anno di Marco Saioni| Perugia 1906, l'amore proibito della Luisa del Verzaro, fu scoperto dalle malelingue e finì a bastonate

Uno schiaffo di vento, di quelli in agguato, imboccata la via dei Priori. Fu quello a dare ali alla paglietta di Francesco, giovane elegante, da qualche mese tornato a casa dopo tre anni di leva. Le agili mosse per recuperare il cappello destarono l’attenzione della Luisa, lussureggiante, burrosa mora del Verzaro, dalla silhouette tutta cupole. Lui rispose a quella chiamata d’occhi e il paesaggio intorno sfumò. Solo lei sembrava nitida e ritagliata dallo sfondo. Si riconobbero. Era stato un breve fidanzamento il loro, interrotto dagli obblighi militari. Promesse se n’eran fatte, compresa quella di scriversi ogni giorno, ma la fonte del vocabolario si seccò. Lui conobbe corpi e odori di bordello, adatti a sedare la giovane arroganza dei sensi. Il tempo scivolò così, tra marce e corvée.

Luisa, nel frattempo, si era impegnata a tenere a bada legioni di giovanotti, in divisa e no. a dopo un anno, i dubbi sul futuro iniziarono a turbarle i pensieri. Sarebbe stata ancora lunga l’assenza e poi quelle lettere sempre più rade ed esangui. Ma sì, pensò, perché non accettare la discreta corte del signor Giovanni, stimatissimo impiegato, seppure ormai quarantenne. L’ipotesi concreta di una sistemazione prevalse su tutto. Fu presto matrimonio coronato da nidiata. Quella frugale agiatezza attenuò il ricordo di più inebrianti carezze. Tutto sembrava andasse bene in quella convivenza, certamente un po’opaca, i turbamenti sedati dalla quotidianità. Sì, almeno fino a quella ventata, che insieme alla paglietta di Francesco, aveva sconvolto le fragili certezze di Luisa.

Si salutarono con i sorrisi e gli occhi incollati. Poi un abbraccio di capelli corvini aizzati dal vento che lì sotto falciava come un giardiniere. Quel linguaggio del corpo rivelava altro rispetto ai “come stai” e “ti trovo bene”. Un vero ciclone in grado di minare lo status di moglie e madre esemplare. Il resto lo fece l’assidua e peraltro breve corte che Francesco dedicò alla vecchia fiamma. Quella primavera del 1906 se la sarebbero ricordata. Fu così che la signora “si abbandonò corpo ed anima” come riferito dalla cronaca in vena di pruderie.

Certo la situazione richiedeva la massima accortezza, date le circostanze. Gli incontri, strappati agli impegni, divamparono così tra i vicoli più angusti o dentro un portone. Assalti talvolta interrotti da ombre di passo. Impossibile del resto affittare una stanza in città senza evitarne i dettagliatissimi resoconti due ore dopo. Precauzioni vane. Ben presto radio borgo iniziò a diffondere trame licenziose a puntate, sempre più succulente. Frattanto il marito, pur fidente nella fedeltà della consorte, iniziò a concepire perplessità circa il di lei mutato stile di vita. Tale dubbio era del resto ormai condiviso da parenti e soprattutto dai vicini, insomma quel pubblico che seguiva la vicenda rimbalzata di bocca in
bocca.

“Trascinata nella colpa e dimentica dei doveri di sposa e madre” incalza il redattore, Luisa, era ormai preda di una deriva pericolosa, alla quale non poteva né voleva sottrarsi. Argomenti sempre più stringenti persuasero pertanto il marito all’azione, in accordo con i fratelli. Insieme concepirono un piano volto a smascherare la tresca. Con sorriso di barracuda egli avvertì la moglie che si sarebbe assentato due giorni per lavoro. Gli era capitato ogni tanto e la cosa non destò sospetti. Un’esca fatale per armare la trappola. La notizia rallegrò talmente Luisa da indurla a compiere il prevedibile, azzardatissimo passo. Quella stessa notte l’avrebbe trascorsa con il suo amore, godendo delle comodità del letto
coniugale. Un sogno dopo i tanti amplessi guardinghi contro i muri. Ma i cognati erano in agguato e attesero nell’ombra l’arrivo di Francesco. Salirono anche loro, uno provvisto di bastone, fino alla soglia del peccato. In pochi istanti i gemiti e l’esultanza dei corpi travolsero il silenzio. I fratelli si guardarono negli occhi. Breve conciliabolo. La prima ipotesi contemplava l’irruzione ma prevalse agevolmente l’opzione attendista. Occorreva accertarsi meglio, purtroppo non si poteva fare a meno di frugare nel buco della serratura.

Tutti e tre si alternarono a sbirciare brani di repertorio. La verità del resto, nuda e cruda, andava accertata, anche in previsione di una testimonianza in sede giudiziaria. L’azione scattò solo a cose fatte, all’uscita dell’amante. Fu allora che un turbine di legnate lo accolse. Quelli pestavano come fabbri, costringendo Francesco a sparire in un amen, malconcio nella notte. Lei lo seguì, dopo poco, discintissima, con le chiome scomposte, pantofole ai piedi. Sulle scale rimase la smorfia di una paglietta sgualcita. Ai giustizieri, la consapevole certezza delle proprie svogliate carezze.

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