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Correva l'anno.... | Pianello, storia di un amante ucciso mentre portava la colazione a letto alla moglie di Vincenzo

Il nostro Marco Saioni ci regala un'altra perla dal passato. Un fatto di cronaca cruento che avvenne a Pianello. Un inguaribile Don Giovanni ucciso a colpi di fucile per aver commesso un grave errore di calcolo... sui giorni che rimanevano prima del ritorno a casa del marito  - Vincenzo - che era stato messo in carcere per 4 mesi per una piccola storia di furto. Buona Lettura.

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Quattro mesi in gabbia. Tanto era costato a Vincenzo, colono quarantenne del Pianello, il possesso di quel poco d’erba. Non quella. Aveva un giorno incontrato un pagliaio e, semplicemente, si era servito stipando un carretto di fieno, una cosa normale. Sì, ma il padrone, già oggetto di ripetuti prelievi, vigilava truce, assistito dalla doppietta. Andò bene, che invece di una razione di pallini gli toccò la denuncia per furto. Acqua passata. Lasciò il carcere che si era fatta sera. Qualche ora di cammino verso casa, sotto un cielo apparecchiato di stelle e si sarebbe stretto a Leonilde, sua polputa moglie. Quell’assemblea di luci sopra i suoi passi rendeva lieve il tragitto. Furono cena e lenzuola che sapevano di lei. 

Il ricordo del tavolaccio si sciolse al calore del letto. Notte tranquilla fino a quella percezione nel dormiveglia. Sembrava rumore di passi, improbabile quanto si voleva ma tanto bastò ad allarmare Vincenzo. “Di là c’è qualcuno che cammina” fece alla moglie. Che assurdità. Chi voleva che fosse, sarà stato il vento ad aprire la finestra. Che dormisse in pace. Per niente persuaso, replicò alla consorte con argomenti non privi di logica: “Perdio, il vento non accende il lume”. Non vedeva anche lei quella luce in cucina?

Il silenzio imbarazzato della signora lo indusse a un balzo per imbracciare la doppietta e varcare la soglia verso la cucina. Riconobbe subito Domenico, contadino trentenne, quasi un amico, nonostante le frequenti liti, spesso per questioni di gelosia coniugale. E sì perché il ragazzo non godeva di buona fama. Notevoli precedenti giudiziari e soprattutto quel vizietto di insidiare le mogli altrui, sembra anche con successo, non è che gli giovassero in termini di simpatia da parte della comunità.

Lo aveva anche sentito biascicare melensaggini al lume di candela mentre si dirigeva sicuro verso la stanza da letto. Non prima di aver preparato la colazione per due. Stavolta sarebbe finita male. Un incontro di sguardi e successe il silenzio. Durò poco. L’intruso approntò il morso di una risata. Ma sì, era una sorpresa per festeggiare la scarcerazione. Si fa tra amici. Certo, uno che ti entra in casa alle cinque del mattino, aprendo con le chiavi, non si può permettere battute del genere. In questi casi uno tende a ritenere di essere preso anche per i fondelli. E poi la prudenza esigerebbe qualche cautela di fronte ad un fucile visto dalla parte della canna.

Un colpo turbò la notte accarezzando la spalla di Domenico. Fu subito scontro furioso ma la maldestra manovra per disarmare l’avversario fallì. Altro boato. Stavolta il bersaglio è l’addome, un colpo a bruciapelo. L’arroganza del piombo rovente spande odore di feci e carne bruciata. Il ferito infilò bestemmiando la porta e dispose le gambe alla fuga verso i campi. Una corsa sghemba, di pochi metri, prima di arrendersi sopra l’erba. La sua notte brava finì prima dell’alba, accarezzato dalla rugiada. Magari con le donne ci sapeva fare ma difettava sui conti. La pena del suo vicino scadeva quel giorno e non la settimana successiva, come aveva male calcolato.

Il trambusto aveva destato il paese. Un mucchietto di luci tremolanti svelava le case ancora sommerse dal buio. Accorsero in tanti, anche il dottore di Ripa. Nella stalla approntò le prime cure ma il trasporto all’ospedale era l’unica esile possibilità. I portantini della Croce verde dovettero però faticare con la lettiga perché nessuno fu disposto all’aiuto. Vincenzo sedette muto ad aspettare i carabinieri. La libertà ritrovata si era dissolta come un sogno andato a male in quella notte sciagurata. Per i giudici che emisero il verdetto di assoluzione, sei mesi più tardi, si trattò di legittima difesa a seguito di provocazione grave. Il paese accolse la fine di Domenico come una liberazione. Le cronache tacciono invece su eventuali pareri discordi da parte delle signore.

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