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Correva l'Anno 1912 di Marco Saioni | “La trovata di un perugino disoccupato per farsi rimpatriare”

Di nome faceva Luigi e donne ne aveva avute, seppure guardingo nello scansare legami impegnativi. Insomma, prediligeva quelle degli altri che riusciva a sedurre, grazie ad un portamento elegante e lo spiccato senso dello humor. Farle ridere era la risorsa per far spuntare le ali ad una semplice amicizia. Di certo non era lo status sociale ad attrarre signore e signorine, considerata la perenne forma di anoressia che affliggeva il suo portafoglio. A cinquant’anni suonati le sue azioni erano però in declino. Diciamo che il prodotto stava inesorabilmente uscendo dal mercato, anche da quello lavorativo. Decise così di addentare la fortuna laddove fosse più disponibile rispetto all’ingrata Perugia.

Milano lo accolse con gli effetti speciali. Luci, negozi, la Galleria e addirittura, decine di auto, che dovevi stare attento anche a camminare. La risicata scorta di risorse propose una sistemazione in soffitta. Dimora frugalissima e abbastanza lurida che non mitigava la solitudine dell’esule. Ma del resto era una condizione comune a tanti artisti e magari se la poteva giocare con le donne atteggiandosi a bohemien, pure se un po’frollatino. C’era solo da adattarsi, almeno all’inizio. Questo lo aveva messo in conto, non fosse che quell’inizio stava assumendo il marchio inquietante della stabilità. Trascorsi così i primi mesi del 1912 la decisione di tornare alla città nativa divenne impellente. Valutata la situazione, dopo aver versato il dovuto al padrone di casa, ebbe chiara la situazione. Con quello che gli restava in tasca sarebbe si e no arrivato a Piacenza. 

Allora un lampo lo illuminò. Ma sì, perché non rivolgersi alla questura della sua città. Di certo avrebbero aiutato un concittadino in difficoltà fornendo i mezzi per il ritorno. L’inattesa ironia del questurino arrivò gracchiando al telefono. Non erano un ente di beneficenza, precisò, anche se un consiglio poteva darglielo. Che provasse a farsi espellere violando qualche norma, magari un arresto per vagabondaggio. Niente di grave beninteso. Indugiò ancora qualche giorno confidando in una sorte meno arcigna, inutilmente. Frattanto le esigue risorse si dissolsero, al contrario della fame, che segnava invece un preoccupante andamento al rialzo. Fu una sera, mentre percorreva viali insaccati di nebbia, che gli apparve l’insegna di lussuoso ristorante. Quella visione indusse il suo condominio di organi a scalpitare all’unisono per gli indotti languori, così pianificò l’azione. 

Era necessario un preliminare riassetto della persona. Via i capi più logori, una lustrata alle scarpe, i capelli bagnati, più persuasi dal pettine. Un ostentato contegno britannico gli consentì di varcare la soglia e sedersi al tavolo, accolto dalla cortesia del cameriere. Il menù dovette sembrargli ostile, una lista da spellare gli occhi, denso com’era di pietanze sconosciute che contemplavano paste, minestre, pesci, carni, per non parlare dei vini. Uno sconcerto per lui che in tema di ristorazione era fermo alla trattoria del Ciacca dove si servivano lasche del Tevere e vinello annacquato, non di rado “trubblo” dal vago sentore di spunto.

Ormai con la bava alla bocca, cominciò a ordinare di tutto, purché fossero piatti e vini dal prezzo impervio. S’ingegnò subito a scassinare un’aragosta, sbaragliare risotti, con incursioni mirate verso i sentieri ignoti della “cassoeula”. Non disdegnò il classico. Alle fauci provate dalla lunga astinenza offrì anche mezzo pollo arrosto, formaggi, frutta. Finì con uno zabaglione. C’era da recuperare energie. Riuscì a mantenere uno stile anche di fronte alle blasonate bottiglie. Nessun inchino del palato al fluire dei vini, solo gorghi alcolici impetuosi giù per la gola. Al momento del conto, la cui consistenza ammontava a qualche mese di affitto, esibì le fodere delle tasche e una risata a grandine, che mantenne di fronte alle guardie chiamate dal locale. Pensò con sazia beatitudine che quel pasto a sbafo era stata un’idea eccellente. 

Sebbene il tasso etilico non agevolasse deduzioni particolarmente argute, quando il furgone si arrestò a Piazza Filangeri ebbe un fremito. Di sicuro quel tragitto non lo avrebbe condotto a Perugia, anche perché, fatto scendere, riconobbe le torve mura di San Vittore. Ad attenderlo, una camera lurida ma affollata. La vicenda dello spiantato Luigi ebbe tuttavia un’effimera notorietà. Finì in pagina sul Corriere della Sera che gli dedicò mezza colonna, così titolata: “La trovata di un disoccupato per farsi rimpatriare”.

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