Coronavirus: da Perugia a Brescia, infermiere perugino volontario nel cuore dell'epidemia

Filippo Rigutini racconta la sua esperienza in una residenza per anziani in Lombardia: "Grande professionalità e attenzione agli ospiti. La fase 2? Solo se c'è sicurezza"

Filippo Rigutini, infermiere dell’Azienda ospedaliera di Perugia, in servizio presso il reparto di Gastroenterologia, endoscopia digestiva, fa parte del gruppo di 500 volontari inviati nelle strutture ospedaliere delle regioni più colpite dal Coronavirus.

rigutini5-2È partito il 30 aprile (finirà il turno il 21 maggio) alla volta della Lombardia e lavora nella residenza sanitaria assistenziale di Concesio dove sono ricoverati quarantasei ospiti con patologie geriatriche, neurologiche e neuropsichiatriche. “Quando sono partito si diceva che la situazione era disastrosa e senza sicurezza, ma quello che ho vissuto io è l’esatto contrario di quanto detto sulle residenza per anziani del nord – racconto Rigutini - Ad oggi la struttura risulta senza positivi dopo che anche gli ultimi due ospiti sono usciti dall’isolamento. Ho visto come la struttura e gli ospiti siano stati subito tutelati con l’immediata chiusura alle visite dei parenti e all’ingresso di fornitori. Una chiusura confermata anche dai dati dei decessi che sono in linea con quelli degli anni”. I contatti con le famiglie sono stati mantenuti attraverso videochiamate quotidiane.

Nel pieno dell’epidemia si sono ammalati alcuni ospiti e anche parte del personale, ma l’organizzazione interna, con il direttore Silvano Corli e la coordinatrice infermieristica Viviana Benoni “bisogna dire che è stata impeccabile, con i dispositivi di protezione individuale sempre disponibili e il tampone per medici, infermieri e operatori socio sanitari – prosegue Rigutini – E al primo colpo di tosse o linea di febbre gli ospiti sono stati isolati e sottoposti a tampone”.

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rigutini6-2La vita va avanti e la fase 2 dovrebbe portare, lentamente, ad un ritorno alla normalità, “nello sguardo dei colleghi, però, si percepisce il timore per le situazioni che si sono create nella prima fase dell’emergenza – dice ancora Rigutini – L’incertezza che possa accadere di nuovo, anche perché alcuni si sono ammalati e o hanno avuto un parente ammalato in famiglia. Quindi si vorrebbe tornare alla normalità, ma con la massima circospezione e sicurezza. Ci sono stati momenti difficili che nessuno vuole rivivere – conclude l’infermiere Rigutini – Quanto a me conduco una vita solitaria, albergo-struttura-albergo, ma porterò sempre con me il ricordo di questa esperienza umana e professionale. Ho visto una grande dedizione da parte del personale e un calore umano che non dimenticherò”.

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