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Un grande nome dietro al restauro dell'imponente arco Etrusco, simbolo della città: ecco chi è

A tu per tu con Adamo Scaleggi, l'archeologo che ha restaurato l'Arco Etrusco

Adamo Scaleggi: l’archeologo che ha restaurato l’Arco Etrusco. Basterebbe questa nota nel curriculum per passare alla storia. Ma l’uomo è generoso e attraversa – con instancabile energia – la curatela di opere che scandiscono secoli di storia, d’arte, di umana avventura.

È stato perciò seguito con profondo interesse (nel Salone degli Umbri e degli Etruschi del Museo archeologico nazionale dell'Umbria, a Perugia) l'incontro da lui tenuto per il secondo appuntamento del ciclo "Il mestiere di archeologo", organizzato dalla direttrice Luana Cenciaioli.

Da brillante affabulatore, potendo contare su un’esperienza pluriennale qualificata, Scaleggi si è soffermato sulla figura del restauratore archeologico partendo dall'antichità. Da (coltissimo) bastian contrario, Adamo non poteva esimersi dallo smentire banalità, assai diffuse nella  communis opinio, come quella (risalente al Winckelmann), secondo cui le opere greche o romane erano prive di colore.

“Il Partenone (seconda metà del V secolo a.C.) – sostiene Scaleggi – era impreziosito da una ricchissima policromia, in cui prevalevano soprattutto il rosso, il giallo (che in lontananza dava effetti dorati) e il blu”. “La stessa arte e tecnica del restauro – aggiunge il relatore – sono tutt’altro che frutto della modernità. Già gli Etruschi, infatti,  sapevano come riunire le parti lesionate delle opere con tecniche raffinate. Per non parlare del periodo rinascimentale e del Seicento, quando erano addirittura gli artisti a cimentarsi nel delicato lavoro di restauro di testimonianze giunte dal passato”.

“Quando ci stavano!” soggiunge ironico Scaleggi.  E cita in proposito il diniego opposto a Giulio II da Michelangelo, che si rifiutò di intervenire sul Laocoonte, peraltro presente in copia nella gipsoteca della nostra Accademia Vannucci. E via altri esempi, con Bernini e Algardi.

Ma non va dimenticato il progresso e il ruolo della tecnica e dello studio/invenzione di altri materiali. Tutto questo chiede al restauratore un costante aggiornamento delle tecniche e la necessità di una continua riqualificazione. Regola alla quale Scaleggi, per primo, si attiene scrupolosamente.

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