Ammanettata e costretta a subire violenze sessuali, quando l'inferno è in casa: condanna definitiva per l'ex

"Aveva il pieno controllo della mia vita". Anni di inferno per una giovane donna a cui le era stato impedito di vivere una vita "normale" a causa della morbosità dell'ex compagno

“Ero caduta accidentalmente… fui costretta a dirlo”. Quante volte le cronache locali e nazionali ci hanno restituito, in tutta la sua crudezza, frasi come questa, spaccati di vita e di violenza fra le mura domestiche. Violenze spesso silenti, venute a galla solo dopo il coraggio delle vittime di denunciare i propri carnefici.

E così è stato per una giovane donna di 36 anni, che dopo aver vissuto anni di inferno a causa di soprusi, botte e offese da parte del suo compagno e padre dei suoi figli, ha trovato la forza di interrompere la relazione e denunciare. Ora la condanna per l’ex, imputato per i reati di stalking, maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, è diventata definitiva dopo la pronuncia della Cassazione che ha rigettato il ricorso avanzato dalla difesa.

Una lunga storia di violenze che ha trovato, nei tre gradi di giudizio, la stessa conclusione: sei anni e sei mesi per aver sottoposto la propria compagna ad una violenza sconfinata, perdurata negli anni. L’orrore subito e denunciato dalla donna – costituitasi parte civile con l’avvocato Paola Pasinato – è iniziato con una gelosia “morbosa” e “ossessiva” dell’uomo nei suoi confronti che, come succede spesso in casi di violenza domestica, tende ad allontanare la vittima dai suoi rapporti con familiari e amici.

Nel corso dei processi è emerso come l’imputato (difeso dall'avvocato Diego Lacchi) in un' occasione redarguito dalla compagna perché rincasato ubriaco, l’avesse colpita con calci e pugni in pancia e sulla testa. Colpi, questi, che non avrebbero lasciato segni visibili sul corpo e quindi nessuno si sarebbe potuto accorgere di quanto, in realtà, avveniva in casa. Era il febbraio del 2007.

Ma la morbosità nei confronti della convivente si sarebbe spinta oltre, ben oltre l’immaginazione. Accusata di incesto, di infedeltà e perfino di essere la protagonista di un filmino a luci rosse che l’uomo le aveva fatto vedere. Senza nessuna corrispondenza con lei.

“Lui aveva il pieno controllo della mia vita”. Non solo le impediva di uscire da sola o con le amiche, ma quando camminava in sua compagnia era costretta a tenere “lo sguardo basso” per non incrociare altri occhi e non subire le sfuriate dell’uomo. Ciò che gli consentiva, era di uscire per andare a pagare le bollette, “ma in quel caso era costretta a chiamarlo non appena usciva di casa e rimanere al telefono con lui per tutto il tragitto finché non rientrava”. È solo uno dei tanti passaggi della sentenza di condanna di primo grado a carico dell’imputato. Stessa situazione anche quando usciva a fare la spesa con la madre o andava a trovare i genitori a casa: ogni singolo spostamento, momento, diventavano un dettagliato resoconto che la donna, puntualmente, doveva fare al compagno.

E ancora: costretta a subire rapporti sessuali, immobilizzata con manette ai polsi, e colpita con calci pugni all’addome.  Fino a quando lei decide di scappare, per sempre, da lui. Nel 2012 la fine del rapporto e l’inizio di un nuovo incubo, perché davanti a quel rifiuto, ecco iniziare la persecuzione. Oltre cento chiamate al giorno, messaggi di morte, minacce di dar fuoco alla casa con i bimbi dentro, se non fosse tornato da lei.

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Qualche giorno fa, la pronuncia della Cassazione che ha decretato in maniera definitiva la condanna inflitta già in primo e secondo grado.

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