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Così spolpavano le aziende, commercialista arrestato e interrogato dal giudice

Intanto i legali dell’indagato hanno chiesto la revoca della misura e il giudice si è riservato la decisione

Le accuse vanno dalla bancarotta per distrazione alla bancarotta documentale fino all’emissione di fatture per operazioni inesistenti. Ha risposto a tutte le domande del gip Lidia Brutti, il commercialista arrestato nei giorni scorsi dai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Perugia e finito nel mirino della Procura insieme a un imprenditore (anche lui raggiunto dalla misura degli arresti domiciliari) e altri dieci indagati.

E’ durato due ore l’interrogatorio dinanzi al gip: “Il nostro assistito – spiega l’avvocato Francesco Falcinelli, codifensore insieme a Luigi Luccarini – ha evidenziato la propria estraneità ai fatti che gli vengono contestati, rivendicando la correttezza del proprio ruolo”. Intanto i legali dell’indagato hanno chiesto la revoca della misura e il giudice si è riservato di decidere entro cinque giorni.

L'accusa formulata dal Gip del Tribunale di Perugia è questa: avrebbero rilevato imprese in difficoltà per svuotarle di beni e disponibilità finanziarie e portarle al fallimento. Ma ci sarebbero altri dieci – tra professionisti ed imprenditori – sotto la lente della Procura a seguito delle indagini condotte dal Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Perugia per bancarotta fraudolenta, falsità materiale in atti al mendacio bancario.

L’operazione “Deep Cleaning" ha consentito di disarticolare un sistema "che negli anni - spiega la Guardia di Finanza di Perugia ha inquinato l’economia legale della provincia perugina e che verteva intorno all’individuazione di società in grave crisi finanziaria, con debiti verso fornitori e l’Erario, da “svuotare” e condurre al fallimento prive di attivo".

Un ruolo centrale, secondo la ricostruzione delle Fiamme Gialle, era rivestito dai due soggetti arrestati, entrambi umbri, che, direttamente o per interposta persona, ne acquisivano le quote e ne assumevano la rappresentanza. "Si conta - scrive la Finanza - che l’imprenditore abbia assunto, nel tempo, cariche di amministrazione in 22 società e partecipazioni in 14 imprese, dislocate in Umbria, Lazio ed Emilia Romagna, a fronte di una capacità economica e reddituale personale del tutto inadeguata".

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